Alessandro Rak: «Gatta Cenerentola, la mia favola inquieta»
whatsapp

Alessandro Rak: «Gatta Cenerentola, la mia favola inquieta»

Una fiaba dark che ribalta l’immagine della principessa con la scarpetta di cristallo facendone un’eroina vendicativa sullo sfondo di una Napoli impantanata nell’apocalisse. Dopo L’arte della felicità, ecco Gatta Cenerentola, il secondo lungometraggio animato di Alessandro Rak. Con lui abbiamo parlato di questo singolare progetto e non solo

Alessandro Rak: «Gatta Cenerentola, la mia favola inquieta»

Una fiaba dark che ribalta l’immagine della principessa con la scarpetta di cristallo facendone un’eroina vendicativa sullo sfondo di una Napoli impantanata nell’apocalisse. Dopo L’arte della felicità, ecco Gatta Cenerentola, il secondo lungometraggio animato di Alessandro Rak. Con lui abbiamo parlato di questo singolare progetto e non solo

Tim Burton: di certo è il suo il primo nome che viene in mente quando si pensa a una riscrittura dell’universo fiabesco in chiave dark. Una riscrittura che è in realtà un ritorno alle origini del genere quando il fantastico e il mostruoso avanzavano di pari passo nelle pagine dei fratelli Grimm, Hans Christian Andersen o, ancor prima, del nostro Giambattista Basile. Autore, quest’ultimo, che abbiamo (ri)scoperto grazie al Racconto dei racconti di Garrone e da cui ora un altro regista trae un film – animato – percorso da una sensibilità gotica, burtoniana per l’appunto. Parliamo di Alessandro Rak che, dopo L’arte della felicità (premiato nel 2014 con gli Efa, gli Oscar europei), firma una personalissima versione di Cenerentola con una principessa assetata di vendetta che vive a bordo di un’enorme nave da crociera: un mostro galleggiante, la cui sagoma si staglia su un cielo infuocato dal quale cade incessante la cenere del Vesuvio, attraccato a Napoli da più di 15 anni e ormai trasformato in un bordello. Abbiamo raggiunto Alessandro al telefono mentre era nel pieno della lavorazione nelle stanze della Mad Entertainment, la casa di produzione cinematografica (e musicale) – “pazza” di nome e di fatto, nel senso più positivo del termine – che quest’anno ha anche ottenuto la prestigiosa candidatura, prima volta per l’Italia, come Best European Producer al Cartoon Movie di Lione. E lì, per via del fermento creativo che rumoreggiava in sottofondo, non riuscivamo quasi a sentirlo: «Scusami, ma sono proprio nel casino dello studio! Ora fammi spostare che sennò qui è impossibile fare l’intervista…».

Le prime immagini del film mostrano una Cenerentola con un vestito imbrattato di sangue e una pistola in mano. Un deciso ribaltamento dell’immaginario.
«Più che rovesciare l’immaginario classico, abbiamo voluto ripristinarlo e costruire un ponte con la favola originaria, con la sua prima vera stesura che è avvenuta in un territorio molto vicino a noi, ossia a Giuliano. Gatta Cenerentola di Basile è un’opera cruenta, come cruente e non edulcorate erano le fiabe allora».

Cos’è che ti ha colpito in particolare del testo di Basile?
«L’incipt: Cenerentola che chiude la testa della matrigna nella cassapanca spezzandole il collo. La sua favola parte con un omicidio per mano di quel personaggio che tutti noi, io compreso, consideriamo, in termini disneyani, immacolato».

Proprio dolce come quella di Kenneth Branagh…
«Uguale uguale (ride, ndr)».

Molti di noi hanno conosciuto i racconti di Basile grazie al bellissimo film di Garrone, che ovviamente è qualcosa di molto lontano dal vostro lavoro.
«Certo. Nell’opera di Garrone c’era un’intenzione filologica, di rispetto, di adesione al testo originale. Cosa che noi non ci siamo posti minimamente posti come obiettivo: a noi interessa ciò che culturalmente viviamo come segno».

Gran parte dell’azione si svolge a bordo di quest’enorme nave da crociera, la Megaride, mostro galleggiante attraccato a Napoli da più di 15 anni e ora trasformato in bordello. Un’idea molto affascinante: da dove arriva?
«È difficile stabilire da dove arrivi un’idea quando si fa un prodotto così collettivo. Alla fine, indipendentemente da chi abbia innescato la scintilla creativa iniziale, se ne perde proprio la memoria: poi, lo spunto di partenza non rimane mai integro ma viene rielaborato da tutti, e quindi il percorso di ogni cosa è molto contorto, passa per molte persone, per molte frasi; poi è divertente il percorso che tutti quanti fanno per arrivare all’opera finita e dare il proprio segno».

Il naufragio della Costa Concordia c’entra qualcosa?
«Chiaramente tutti gli elementi che appartengono alla contemporaneità hanno la loro influenza, consciamente o inconsciamente. Tutto l’immaginario che ci circonda inevitabilmente ci influenza; non ci si può blindare, altrimenti si costruiscono prodotti solo da nerd, dei prodotti di una cultura alternativa e decontestualizzata. Invece, il senso è proprio respirare di continuo tra passato e presente».

Cosa ti affascina delle favole?
«Giocare con gli archetipi. Ci sarà una ragione per cui questi racconti, prima trasmessi oralmente, poi letti, sono riusciti ad attraversare i secoli: hanno degli elementi che non scoloriscono mai. Penso alla rivoluzione sociale attraverso il matrimonio, o al meccanismo di fortuna/sfortuna legato all’amore: topoi che diventano simboli, come la scarpetta per esempio».

E nel vostro film ci sarà la scarpetta?
«Sì, ci sarà. Abbiamo tenuto quasi tutti gli elementi della fiaba classica ma presentandoli sotto una nuova veste. La nostra idea era prendere l’immaginario di Cenerentola, ricontestualizzarlo in un ambiente partenopeo e attualizzarne le situazioni. L’ambientazione è contemporanea, ma in senso lato: il film si svolge in un improbabile futuro o in un presente parallelo».

Quindi il “c’era una volta” che di solito introduce tutte le favole portandoci in un passato senza tempo non c’è da voi?
«In realtà c’è, ma ha un significato molto differente. La nostra storia è divisa in un “15 anni prima” e “15 anni dopo”, che rappresentano un “periodo della luce” e un “periodo della cenere”».

Qual è stata la favola che più ti ha incantato e spaventato da bambino?
«In realtà, non ho memoria di favole raccontate quando ero piccolo. Mi ricordo piuttosto di romanzi per ragazzi o cartoni animati: in questo senso, la storia che più mi ha segnato è Robin Hood. Tra le fiabe vere e proprie, citerei Hänsel e Gretel, o comunque quelle vicende che alludevano alla perdita della figura genitoriale o di un senso stabile, un punto dolente per i bambini».

L’elemento tragico è spesso imprescindibile nelle favole…
«Sicuramente, e in particolare il tema dell’essere orfani è invasivo. Si vuole sottolineare l’acquisizione da parte dei protagonisti (e degli ascoltatori) di una coscienza del sé: il personaggio è chiamato a prendere in mano la propria vita. Quindi l’abbandono della figura genitoriale è l’innesto per la ricerca di un’identità, per costruire qualcosa di proprio, non definito da altri. La favola, per natura, è sempre stata inquieta proprio perché andava a toccare questo punto».

Ci sono delle specificità italiane, americane, europee in questo genere?
«Parlando di favole inquiete, di certo Tim Burton è un maestro. Le sue storie conservano gli elementi oscuri originali dove l’inquietudine è investigazione, curiosità. Anche le fiabe di Miyazaki mi piacciono molto: se esiste l’animazione per un italiano è grazie a loro. Pure nei cartoni Disney, in particolare in quelli più vecchi, c’era qualcosa di irrequieto, oltre alla sensazione di caratteri forti, personaggi che in poche mosse riuscivano a portare un loro pensiero, una loro filosofia».

E delle favole animate francesi cosa ne dici?
«Nei film di Ocelot c’è un meccanismo un po’ più naïf che nel primo Kirikù mi aveva intrigato ma alla fine non è diventato un riferimento per me. Il piccolo principe mi ha lasciato un po’ di perplessità strutturali: sì, ci sono dei passaggi che mi hanno emozionato, però era un po’ troppo schematico. C’era una premura eccessiva nel voler costruire i bambini del nuovo millennio in un determinato modo, all’oscuro di certe tematiche. Ma i bambini ereditano il mondo per quello che è, con noi adulti che siamo quello che siamo. Non dobbiamo nascondergli ciò che dovranno affrontare».

Quanto la morale è un elemento caratteristico delle favole?
«A leggere certe fiabe più antiche non credo che ci fosse un intento morale; più che altro erano presenti degli elementi vibranti di interesse che potevano turbare tanto l’adulto quanto il bambino. L’idea di edulcorare il racconto e costruire un messaggio edificante nasce dopo, così come l’happy end. Detto questo, per me il lieto fine ha un valore: quando una comunità sente il bisogno di raccontarsi qualcosa è perché vuole coltivare una speranza. E ogni atto umano, se non è ispirato dalla speranza, è un atto non umano, ma diabolico. In questo senso il lieto fine è necessario».

Come accade per i film Disney, prima della proiezione di Gatta cenerentola nei cinema sarà “attaccato” un cortometraggio: Simposio suino in re minore. Una favola anche questo?
«È un lavoro di Francesco Filippini con un titolo molto simpatico, e nella messa in scena un c’è un chè di fiabesco. Anche qui non vedo un elemento di morale così facile da identificare: c’è piuttosto un ribollire dell’inconscio».

Dopo L’arte della felicità, con Gatta Cenerentola continui la tua esplorazione in questo genere poco affrontato in Italia che è l’animazione per adulti. A che pubblico si rivolge Gatta Cenerentola?
«Se lo chiedi a me e agli altri tre registi, in realtà, noi non ci poniamo questa questione; o meglio ne siamo meno preoccupati rispetto a quanto possa esserne il nostro produttore. Lo stesso era successo per L’arte della felicità. In quanto registi, vogliamo solo lasciar una testimonianza delle nostre idee ad altri esseri umani, senza porsi il problema del “target”. L’arte della felicità aveva un approccio che poteva assomigliare di più a un cinema dal vero per adulti: non era un prodotto censurabile per i bambini, ma le tematiche interessavano certo di più gli adulti. Gatta Cenerentola invece attingere a un immaginario più infantile, nel senso che c’è un po’ più di fantasia nel progetto e questo potrebbe forse allagare o abbassare verso il basso il potenziale pubblico del film. C’è da dire però che in Gatta Cenerentola troviamo aspetti di erotismo o di sessualità assenti in L’arte della felicità. Nessuno di noi vuole costruire prodotto ad hoc per gli spettatori, ma è vero che queste sono questioni che ci si pone».

Nelle presentazioni che avete fatto ai vari festival e convention dell’ultimo anno, Gatta Cenerentola ha suscitato una grande curiosità negli addetti ai lavori.
«Sì. Per noi il senso di tutto, del resto, è lavorare sulle cose che incuriosiscono, quelle che non sappiamo esattamente cosa sono, a cosa rimandano a cosa somigliano. Dobbiamo giocare sulla curiosità e dobbiamo essere i primi a stupirci del nostro stesso lavoro».

Qual è il vostro metodo di lavoro?
«Le nostre sono produzioni low budget. Quando vediamo i primi minuti di un nostro film animato, lì inizia il vero lavoro di approfondimento della sceneggiatura. La storia fino a quel momento è rimasta un canovaccio: ci sono i testi, le scene già scritte, certo, ma il modo in cui il racconto vibra, il valore vero della sceneggiatura, emergerà solo alla fine del film. Accade quindi che il punto di attenzione registico sarà qualcosa di completamente diverso rispetto allo script iniziale. Prima di animarli, i personaggi non li conosci ancora: quando poi iniziano a parlare, ad avere delle espressioni, lì sì che ci cominciamo a incuriosire e ad appassionare veramente».

Come costruite i personaggi?
«Lavoriamo con il pre-doppiaggio: per noi è importantissimo iniziare a collaborare con gli attori che daranno la voce ai protagonisti. Costruiamo con loro anche l’aspetto dei personaggi e l’animazione ne deve ricalcare in maniera pedissequa il labiale. È un’emozione quando iniziare a vedere delle persone che compaiono davanti ai tuoi occhi che prima non esistevano proprio. Da lì possiamo anche decidere dove portare la storia perché la sceneggiatura è ancora modellabile, noi stiamo a vedere e poi cerchiamo di cavalcare le emozioni. Ma poi il cavallo c’ha la sua testa, la sua anima…»

A differenza di L’arte della felicità, questa volta la regia è condivisa con Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone: come vi siete divisi il lavoro?
«Vai a capire… Sono talmente tante cose da fare che ognuno di noi si industria per fare tutto, da questioni di carattere tecnico del software, all’animazione, a dipingere la sceneggiatura, oppure scrivere».

A che punto siete con la lavorazione?
«È difficile da dire. Non è solo una questione di disegnare; ci sono meccanismi complessi, devi tenere conto di vari tipi di software di creatività, di costruzione di materiali di base da cui procedere. Noi cerchiamo di lavorare con sistemi di accelerazione produttiva dove a mano a mano si velocizzano i tempi. Quando saremo arrivati a un minimo di minutaggio potremo fare delle previsioni».

Diciamo allora che Gatta Cenerentola sarà in sala nel 2017?
«La battaglia è adesso. Magari riusciremo a stupirci e arrivare anche prima. Speriamo!»

© RIPRODUZIONE RISERVATA