Dakota Fanning ad Alice nella città

Wendy è una giovane ragazza autistica. Crea maglioni lavorando a maglia, lavora in panificio, ma decide di scappare di casa per partecipare a un concorso di sceneggiatura con uno script di 500 pagine su Star Trek.

Da questo coinvolgente e vitale ritratto di ragazza alle prese con un handicap ma anche con un fortissimo desiderio di esprimersi e di rivelare al mondo il proprio universo interiore prende vita Please Stand By dell’australiano Ben Lewin con protagonista Dakota Fanning, che in questi giorni è anche l’ospite d’onore della sezione parallela della Festa del Cinema di Roma, Alice nella città, dedicata al cinema giovane, con storie incentrate sulla crescita e la presa di coscienza del proprio posto nel mondo.

L’attrice americana originaria della Georgia, figlia di sportivi professionisti, sorella della bravissima Elle e diva precocissima fin dalla tenera età, si è ritagliata una cospicua fetta di fama lavorando con Sean Penn in Mi chiamo Sam e per Steven Spielberg nel film La guerra dei mondi, al fianco di Tom Cruise: due film che l’hanno trasformata in una diva bambina tra le più celebri del nostro tempo.

La sua carriera ha preso quota più di recente grazie alla partecipazione alla saga di Twilight in New Moon, ma stavolta si è ritagliata un ruolo intenso, su misura per lei, che ha richiesto anche alcune ricerche. Dakota, radiosa e sorridente, ci tiene a sottolineare il suo impegno: «Ho incontrato diversi giovani colpiti da autismo e ho cercato di imparare da loro, di capire quali fossero le loro vite ma anche i loro interessi e trionfi, le loro passioni e battaglie»

«Nella sceneggiatura c’erano tanti dettagli relativi al mio personaggio – prosegue la Fanning – ma volevo dar vita al mio ruolo come credevo che dovesse essere interpretato, a modo mio. Anche perché sono convinta che nessuna condizione è uguale all’altra, incontrando diverse persone autistiche ho imparato che è impossibile generalizzare, che nessun autistico può essere accostato a un altro e ognuno lo è a modo proprio. L’autismo è solamente una parte di quello che Wendy è davvero».

Un’interpretazione che non ha lasciato indifferente Dakota, segnandola in profondità. «Questa esperienza mi ha insegnato o per meglio dire ricordato qualcosa che magari sapevo già, ovvero che quello che abbiamo in comune come esseri umani e è l’abilità di sentire, di sognare, di rappresentare le cose. Interpretare Wendy mi ha rimesso davanti agli occhi questo concetto con grande forza».

Star Trek, nel film, è un elemento trainante della storia, un passione travolgente per Wendy a livello emotivo e psicologico. «Star Trek mi piace, lo guardavo con mio nonno, ma non credo di potermi dire una fan tanto quanto lo è Wendy! Non so se nella mia vita c’è qualcosa di paragonabile a ciò che Star Trek rappresenta per il mio personaggio, perché per lei è un traduttore istantaneo dei suoi sentimenti: un aspetto del film assai bello e affascinante. Probabilmente anche io avrei bisogno di qualcosa di analogo che mi apra verso il mondo allo stesso modo».

Dakota Fanning recita praticamente da sempre. Il suo rapporto con questo mestiere strano e complicato, però, crescendo non è cambiato poi tanto, a suo dire. «Ho preso il mio lavoro come un gioco e lo faccio da sempre, ma ho sempre sentito in profondità il rapporto col mio personaggio quando faccio un film: una connessione cui ho desiderato dare peso fin da molto giovane. Essendo però un mestiere in cui fingi di continuo ho voluto mantenere intatto il mio istinto naturale, anche quando sono cresciuta, per rimanere sintonizzata sulle cose. Senza smarrirmi».

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