Diverse, certo. Ma inevitabilmente simili. Davanti o dietro la macchina da presa, eludendo quella loro presenza eterea, le due sorelle Rohrwacher sono delle guerriere che hanno scelto il cinema come campo di battaglia. Alba è attrice; Alice è regista. La prima è ormai considerata una delle promesse del cinema italiano; la seconda ha ricevuto diversi premi per il suo film d’esordio Corpo celeste. Delle due, Alice è la più piccola: ha 29 anni, è già madre di una bimba di quattro anni e mezzo, ora vive a Berlino e, a differenza di Alba, al festival di Cannes ci è andata per la prima volta quest’anno.

Best Movie: Come ha reagito quando ha saputo che il suo film sarebbe andato a Cannes?
Alice Rohrwacher: Mi chiamarono la Vigilia di Natale per comunicarmelo: il primo film selezionato nella Quenzaine. È stato un bel segreto da mantenere.

BM: Quali erano le aspettative?
AR: Sapevo che era un film fragilissimo, come una piantina appena nata che se non ha vaso muore subito. Per cui vedevo le sue fragilità ma anche il fatto che era materia prima all’interno di un cinema spesso super-retorico. Non riuscivo a immaginarmi la reazione del pubblico. Pensavo: magari per l’Italia è troppo, per l’estero troppo poco…

BM: Direi che è andata molto bene…
AR: Sì, e sono estremamente felice. Sia dell’accoglienza ricevuta a Cannes – per me è stata una conferma importante – sia delle reazioni della critica italiana.

BM: Di recente è stata anche insignita del Premio Afrodite, dedicato alle donne dello spettacolo.
AR: Altra grande soddisfazione.

BM: Quando e come nasce Corpo celeste?
AR: Nasce tre anni e mezzo fa, quasi quattro – che per un’opera prima è un tempo buono, perché a volte ci vogliono anche dieci anni per riuscire a mettere insieme tutti i pezzi per fare un film – quando, su consiglio di Carlo (Cresto Dina, il produttore, ndr) ho iniziato a fare delle ricerche sulle comunità. Mi interessava raccontare che cosa resta di una comunità oggi. E per forza dovevo passare attraverso la parrocchia.

BM: Una realtà con molti, forse troppi difetti. Almeno questo appare dal suo film…
AR: In effetti non mi aspettavo di trovare certe cose. Tengo a ribadire, però, che Corpo celeste non è contro la Chiesa. E soprattutto non è un film che giudica. Semplicemente prende una posizione chiara, perché assorbe uno sguardo. Come di un alieno su un mondo allo sbando, in cui anche la Chiesa è smarrita. Oggi c’è un imbarbarimento generale della società. Spero che tra qualche anno Corpo celeste possa essere considerato un film storico (ride).

BM: Cosa l’ha colpita?
AR: Tanti “giochi” in cui non mi aspettavo di essere coinvolta. E forse il mio stupore si è trasformato in una presa di posizione alienata. Ovviamente non è dappertutto così. Io parlo di una comunità microscopica.

BM: Come mai proprio Reggio Calabria?
AR: È una città che conosco molto bene per motivi personali. Ero lì quando ho iniziato a fare le ricerche ed è stato naturale rimanerci… Abbiamo girato tutto a Reggio, per quasi sette settimane.

BM: Durante la lavorazione non ha pensato alle polemiche che il film avrebbe potuto suscitare?
AR: A essere sinceri, no. Abbiamo lavorato in libertà, senza pensare al prodotto che sarebbe venuto fuori e alle reazioni. Per fortuna, comunque, c’è Marta (la giovanissima protagonista, ndr) che mi permette di non trasformare il mio sguardo “alienato” in giudizio. Lei è un’osservatrice…

BM: Dove ha trovato la piccola Yle Vianello che la interpreta?
AR: In una comunità autosufficiente dell’Appennino tosco-emiliano che già conoscevo. È stato un lungo lavoro di ricerca. Io cercavo una ragazza che avesse una qualità non un aspetto fisico particolare. Mi interessavano lo stupore, l’intelligenza dell’età adulta e al contempo l’ingenuità tipica dell’infanzia. A Reggio Calabria non riuscivo a trovare nessuno. Poi ho pensato all’alterità, al fatto che lei viene da una comunità di 250 persone che vivono “fuori dal mondo”. Yle è molto diversa da Marta, però con il personaggio ha in comune lo smarrimento.

BM: Il fatto di essere una giovane donna alle prime armi le ha creato qualche difficoltà?
AR: Non avevo mai lavorato nel cinema di finzione. Non so se per un uomo sia più facile. All’inizio sul set c’è stato un attimo di profondo dubbio da parte della troupe, anche se ovviamente me l’hanno confidato solo alla fine (ride). Io ero donna, per di più alla prima esperienza, la direttrice della fotografia anche lei donna, per cui si pensava al classico film femminile. Per fortuna i dubbi si sono sciolti subito…

BM: Il post-Corpo celeste cosa le riserverà? Ci sono nuovi progetti all’orizzonte?
AR: Innanzitutto spero di poter andare avanti in questo lavoro. Crescere dentro un lavoro in Italia è difficilissimo, perché o fai il miracolo a dodici anni e scrivi la Divina Commedia oppure devi continuare a cambiare mestiere. Io ne ho già cambiati 400 e ora spero di potermi fermare e dedicare a questo. Dall’estero ho ricevuto una forte spinta e per il momento vorrei cavalcarla. Non ho ancora le idee chiare, però ho in mente un film sul paesaggio italiano, così bello e devastato.

BM: Magari con sua sorella Alba
AR: Magari! Mi piacerebbe moltissimo.


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