Luglio 2014. È una mattina estiva fin troppo fresca, e abbiamo un foglietto in mano con poche indicazioni: “Seconda stella a destra e poi dritti fino al mattino”. Destinazione, l’Isola che non c’è. In assenza di Peter a tenerci per mano, il volo lo spicchiamo grazie a un aereo di linea diretto a Londra e ai Leavesden Film Studios, noti soprattutto per essere la casa di Harry Potter, grazie all’installazione permanente dei set della fortunata saga. Ora però quell’area ospita le imprese del bambino che sa volare e di Capitan Uncino, benché in una versione un po’ diversa da quelle a cui siamo abituati. Si sta infatti girando Pan – Viaggio sull’Isola che non c’è di Joe Wright (nei cinema italiani dal 12 novembre), una sorta di prequel alle avventure già note, la genesi del personaggio e del suo acerrimo nemico senza una mano.

La storia prima della storia
Tutto ha inizio nella Londra degli anni ’40 (non siamo quindi nel tardo Ottocento di James Matthew Barrie), con il giovane protagonista (Levi Miller) alle porte dell’adolescenza. Peter ha un unico obiettivo: ritrovare sua madre Mary (Amanda Seyfried). Una missione interrotta da una ciurma di spaventosi pirati capitanati da Barbanera (un irriconoscibile Hugh Jackman), che lo rapiscono in combutta con le suore dell’orfanotrofio in cui si trova. Il ragazzino si ritrova così proprio sull’Isola Che Non C’è.  Ma anche in questo caso tutto è diverso da come ricordavamo. Uncino è semplicemente James Hook (Garrett Hedlund), entrambe le mani al loro posto e un lavoro da minatore del Midwest degli Stati Uniti. Fra Hook e Pan non solo non c’è rivalità, ma i due addirittura entrano in combutta, perché hanno un obiettivo comune: fuggire dall’Isola per tornare a casa. Nel loro viaggio incontreranno anche Giglio Tigrato (Rooney Mara), un personaggio femminile molto forte e combattivo che protegge il villaggio indigeno di cui fa parte. Grande assente, invece, la fatina Trilli, fedele amica e consigliera.

Il Regno dei colori
Il nostro viaggio dentro il film che sta nascendo inizia nella sala degli artwork, dove abbiamo la possibilità di ammirare la progressione cromatica delle scene, partendo dal grigio dell’orfanotrofio e proseguendo fino al coloratissimo villaggio dei nativi, un’esplosione di turchese, viola e arancio. La production designer Aline Bonetto ci racconta la sfida di ricreare Neverland come una terra selvaggia e polimorfica, una collezione di ambienti in cui ogni area ha un proprio stile. Nella sala c’è anche il modellino in scala della foresta, una riproduzione che non rende l’idea della costruzione, uno dei set indoor più grandi mai realizzati. Joe Wright ha voluto ricreare fisicamente quanti più scenari possibili, dando la possibilità agli attori di recitare all’interno di un ambiente reale e non virtuale. Come ha fatto? Prendendo un hangar dove venivano assemblati i dirigibili Zeppelin e costruendoci dentro un’intera foresta artificiale. Ed è qui che ci dirigiamo ora.

Nella foresta
Ci accoglie un’aria densa, che sa di vernici industriali e vegetazione. Una nebbia sottile avvolge alberi e piante incastonate nella base in legno che costituisce la struttura del villaggio di Giglio Tigrato, un circo globale e multietnico. Salendo le scale e osservando dall’alto le capanne della cittadella, sembra di essere magicamente sbarcati in un universo parallelo. Da quella postazione strategica, luogo deputato al raduno del consiglio degli indigeni di Neverland, nascosti fra il fogliame, abbiamo assistito all’assalto dei pirati, con Giglio, Hook e Peter a fronteggiare gli invasori. La tentazione di brandire una spada e gettarsi nella mischia è forte, ma allo stop delle riprese tocca rientrare alla postazione video per rivedere su schermo la scena appena girata, cercando di non inciampare nei cavi elettrici.

Leggi l’articolo completo su Best Movie di novembre, in edicola dal 28 ottobre

© RIPRODUZIONE RISERVATA