Nel 2002, Steven Soderbergh — regista reduce dal successo planetario di Ocean’s Eleven — decise di sfidare apertamente uno dei colossi della storia del cinema d’autore: Solaris di Andrei Tarkovsky. Non una semplice operazione commerciale, né un omaggio nostalgico, ma un vero e proprio remake reinterpretativo, prodotto da James Cameron e pensato come una riflessione personale sulla perdita e sull’identità. Il risultato? Un clamoroso flop al botteghino, una ricezione critica tiepida e un’ingiusta damnatio memoriae durata oltre vent’anni. Eppure oggi Solaris (2002) torna a essere oggetto di discussione e, per alcuni, persino di rivalutazione. Il motivo? Nonostante i suoi difetti, resta uno dei rari esempi di remake autoriale nel panorama hollywoodiano.
Per capire la portata dell’operazione di Soderbergh, bisogna partire dall’origine. Solaris nasce come romanzo nel 1961, firmato dallo scrittore polacco Stanisław Lem. Si tratta di un racconto filosofico e metafisico, ambientato su una stazione orbitante intorno a un pianeta dotato di un oceano senziente, capace di materializzare i ricordi più dolorosi degli astronauti che lo osservano. Più che un’avventura spaziale, Solaris è un’indagine sull’uomo, sulle sue ossessioni e sulla fragilità della coscienza.
Nel 1972, il regista sovietico Andrei Tarkovsky ne realizza un adattamento diventato leggendario. Un film di 167 minuti, lento, ipnotico, profondamente simbolico, che rifugge ogni convenzione narrativa per concentrarsi su tempo, memoria, dolore. Tarkovsky non amava la fantascienza occidentale, e con Solaris riscrive le regole del genere, opponendosi idealmente al razionalismo freddo di 2001: Odissea nello spazio. La sua versione è oggi considerata un pilastro del cinema d’autore europeo.
Steven Soderbergh, nel realizzare il suo Solaris, compie una scelta radicale: tornare non tanto al film di Tarkovsky, quanto direttamente al romanzo di Lem. Il suo obiettivo non è replicare la densità filosofica del film sovietico, ma cercare un’intimità emotiva nuova, quasi minimalista. Il risultato è un’opera dalla durata molto più contenuta (99 minuti), che si concentra principalmente sul rapporto tra Chris Kelvin (George Clooney) e Rheya (Natascha McElhone), replica creata dal pianeta della moglie morta del protagonista.
Il film si snoda tra presente e flashback, costruendo una narrazione frammentata e malinconica che ricorda più un diario interiore che un racconto sci-fi tradizionale. Le domande esistenziali restano sullo sfondo, ma non scompaiono: cosa significa amare qualcuno che non è più reale? È possibile ricominciare, o siamo destinati a rivivere per sempre il nostro dolore?
Nonostante la cura registica, l’interpretazione misurata di Clooney e l’atmosfera sospesa che avvolge ogni sequenza, Solaris (2002) si rivela un flop. Incassa appena 30 milioni di dollari contro i 47 di budget, un risultato deludente, aggravato da una promozione confusa da parte della 20th Century Fox. Gli spettatori si aspettavano forse un nuovo 2001, o un thriller sci-fi in stile Event Horizon; invece si sono trovati davanti un film lento, astratto, con pochi effetti speciali e nessun climax convenzionale. La critica americana si divide: alcuni lo definiscono pretenzioso e freddo, altri — come Roger Ebert — ne lodano la sincerità e il coraggio. Ma il danno è fatto. La pellicola finisce presto nel dimenticatoio.
Col tempo, però, qualcosa cambia. Il film inizia a circolare tra cinefili e appassionati del genere, e il suo valore viene lentamente riscoperto. Non solo come caso studio di remake “sbagliato”, ma come esempio di come il cinema d’autore possa sopravvivere anche in contesti produttivi ostili. Oggi Solaris è visto da alcuni come un’opera imperfetta ma profondamente umana, che ha il coraggio di fallire pur di non tradire la propria visione.
In un’epoca in cui i remake si limitano spesso a riproporre gli stessi elementi con un’estetica aggiornata, Solaris di Soderbergh ricorda che si può rifare un classico senza ricalcarlo. E che anche un insuccesso può lasciare una traccia importante nella storia del cinema.
Fonte: CBR
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