Negli ultimi anni, serie come Dark hanno conquistato sempre più il pubblico internazionale dimostrando che anche il piccolo schermo può proporre narrazioni complesse, cupe e stratificate. Il titolo tedesco di Netflix è stato elogiato per la sua atmosfera inquietante, il mistero temporale e la capacità di intrecciare destini familiari su più generazioni, ma non ha inventato nulla di nuovo. Anzi, per certi versi in Italia ci siamo arrivati prima di loro, grazie ad una mini-serie del 1995 che al tempo aveva già esplorato con grande efficacia alcune di queste tematiche.
Parliamo di Voci Notturne, andata in onda su Rai 2 e diventata nel tempo un cult per pochi ma affezionati spettatori. Scritta da Pupi Avati per la regia di Fabrizio Laurenti, prende il via dal ritrovamento del corpo di un giovane nel Tevere, quello di uno studente di architettura coinvolto in ricerche sull’esoterismo romano. Mentre la polizia indaga per capire se si tratti di suicidio o omicidio, emergono legami con un vecchio scandalo politico-giudiziario e con antichi rituali sacrificali. Un amico sospetta che la morte sia in realtà un sacrificio umano legato a un culto arcaico, ipotesi supportata da inquietanti dettagli.
La vicenda si complica con una parallela indagine negli Stati Uniti, alla ricerca di Emily, l’ex di Giacomo, e con l’emergere della figura enigmatica di Norberto Sinisgalli, esoterista e truffatore di origini ebraiche scomparso durante la guerra, forse ancora vivo sotto falsa identità. Attorno a lui ruota un fitto mistero che coinvolge artisti, politici e antichi riti pagani. Il tutto è reso ancora più inquietante da telefonate ricevute dai genitori di Giacomo, in cui sembra parlare proprio lui. Un thriller esoterico in cui la verità è nascosta tra archeologia, inganni e poteri occulti.
I punti di contatto con Dark sono numerosi: la sparizione iniziale, le connessioni familiari oscure, l’uso di simbolismi, la presenza di una “rete” segreta che osserva e agisce dietro le quinte. Anche lo stile visivo, chiaramente segnato dai limiti produttivi dell’epoca, gioca con luci fredde, ombre marcate e atmosfere da thriller psicologico. Per l’epoca, era pioneristico anche l’uso di tecniche narrative non lineari e di un montaggio serrato, molto avanti per gli standard televisivi italiani degli anni ’90 tanto che in alcune recensioni viene sottolineato che si tratta di «Un thriller metafisico che faceva abile uso del twist narrativo prima che Lost lo rendesse un elemento obbligatorio».
All’epoca, però, Voci Notturne è passata abbastanza inosservata al grande pubblico. Forse perché era troppo sofisticata per il prime time Rai, forse perché diffusa in un periodo in cui il pubblico televisivo non era ancora pronto per un racconto così disturbante e cerebrale. Oggi, invece, merita di essere riscoperta. È un raro esempio di serialità italiana capace di affrontare tematiche profonde con un linguaggio che guarda al cinema e anticipa suggestioni che sarebbero diventate di tendenza solo molti anni dopo. Chi ha amato Dark e serie simili dovrebbe darle una possibilità e recuperarla su RaiPlay.
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