Interrotto nel bel mezzo di una cena come in Lo Hobbit – Un Viaggio Inaspettato, Martin Freeman rivela al The Independent come caratterialmente sia simile al personaggio di Bilbo, parlando dei progetti futuri e commentando le occasioni che in poco tempo gli hanno regalato una popolarità insperata (e forse neanche voluta fino in fondo). La sua cordialità però è ben al di sopra della riluttante ospitalità con cui il signor Baggins accoglie i tredici nani piombatigli in casa all’improvviso, nonostante aggiunga gravemente: «Io amo mangiare. Voglio dire, amo davvero tanto mangiare».
D’altronde, chi potrebbe biasimare Freeman per aver ereditato alcune caratteristiche dello hobbit in questione dopo averne calzato per così tanto tempo i grossi piedi pelosi? Quasi tre anni trascorsi sul set diretto da Peter Jackson, ora che anche le riprese aggiuntive stanno per terminare. Con Lo Hobbit – La Desolazione Di Smaug e Lo Hobbit – Racconto Di Un Ritorno si concluderà l’avventura di Bilbo Baggins e, come afferma lui stesso, un capitolo importante della sua vita: «Un periodo intenso, in cui si ha la precisa sensazione di dover lavorare sodo, senza scherzare».
Le sue parole comunicano una pressione da milioni di dollari, contribuendo a fargli aggrottare la fronte preoccupato, in quel particolar modo che ormai ha reso quest’espressione un marchio di fabbrica dell’attore. La sua voce tuttavia rimane rilassata, come se stesse leggendo il menu della cena; il ruolo di Bilbo Baggins non sembra essere un peso per lui, anche se gli deve la fama, insieme al Watson della serie BBC Sherlock. «Certo, incontro molti più dodicenni che mi fermano per strada» afferma riguardo al suo nuovo status di celebrity, «ma giuro di avere ancora conversazioni con persone che non hanno la minima idea di chi io sia. Il che è fantastico per me, in fondo di solito voglio solo mangiare un piatto di pasta in pace».
Nella vita di Freeman, il red carpet degli Emmy Awards (è stato nominato l’anno scorso per il personaggio di Watson) non conta più della stazione ferroviaria di High Wycombe, dove ha recentemente trascorso del tempo per le riprese di La fine del mondo, commedia fantascientifica diretta da Edgar Wright, regista che gli aveva già dato una piccola parte in Hot Fuzz e L’Alba Dei Morti Dementi. Nel film, un gruppo di amici si riunisce dopo anni per completare un giro di pub che non erano riusciti a finire da adolescenti; durante il tempo insieme, si accorgono che non solo devono iniziare ad affrontare la mezz’età, ma anche l’apocalisse. Tra le altre location usate nel film figurano Letchworth e Welwyn Garden City, entrambe situate nell’Hertfordshire, la contea natale di Freeman: «È stata una parte della caramella che mi hanno dato per convincermi a fare il film. “Per favore, accetta e ti promettiamo che non dovrai mai viaggiare per più di mezz’ora per venire sul set!” Quello, e il fatto che Simon (Pegg, lo sceneggiatore) e Edgar mi abbiano implorato per farlo».
In La fine del mondo Martin è promosso a grado di comprimario nei panni dell’odioso agente immobiliare Oliver Chamberlain, con tanto di auricolare bluetooth perennemente fissato all’orecchio. «Ovviamente mi hanno scelto per le mie capacità attoriali» afferma impassibile «dato che interpreto un vero str***o”. Continua poi, riguardo all’atmosfera creatasi con gli altri attori, tutti vecchie conoscenze: “In venti anni le nostre vite si sono spesso incrociate e quindi ci conosciamo piuttosto bene; sono davvero felice che mi abbiano voluto, sebbene non sia il genere di parte che normalmente mi viene offerto».
E ha ragione, c’è qualcosa in Freeman che lo rende una sorta di “spalla ideale”; uno hobbit tranquillo, scaraventato d’improvviso in un’avventura nella quale scopre il proprio coraggio, il paziente compagno di un detective tanto geniale quanto matto, l’impiegato vessato da un boss ridicolo (Tim Canterbury nella serie britannica The Office)… Tuttavia la sua vita non è stata poi così scontata; ultimo di cinque figli cresciuti nella fede cattolica da genitori poi divorziati, Freeman sembra essere devoto più che altro ai propri figli Joe e Grace e alla compagna Amanda Abbington. Forse la fama di “spalla ideale” gli deriva dall’estrema normalità insita nella sua persona che, nonostante sia sulla cresta del successo, non vede alcuna attrazione nello stile di vita rock’n’roll”: «Quella cosa del “vivere veloci e morire giovani”? Io voglio vivere con Amanda fino a settant’anni!». Fa una smorfia delle sue di fronte all’idea di compiere un tour alcolico come quello di La fine del mondo, preferendo invece una tranquilla cena tra amici, magari allietata da un quiz musicale.
Chiaramente la mezz’età gli si addice; i suoi ruoli più importanti sono arrivati tutti insieme, negli ultimi due anni: «Senza suonare troppo melenso a riguardo, non sono mai stato più felice dal punto di vista professionale. Sarei già stato contento di essere ricordato come Tim di The Office e ora si sono aggiunti Bilbo Baggins e John Watson! Sherlock è una delle cose più grandiose che farò in tutta la vita – non avremmo mai potuto prevedere un tale livello di follia intorno alla serie; penso che mi abbia procurato più posta dei fan di quanta me ne abbia portata il ruolo di Bilbo. Non che io creda di essere il migliore dell’universo» aggiunge frettolosamente. L’abnegazione si attacca a lui come gli abiti da ufficio in nylon di Tim Canterbury, anche se afferma: «Se qualcuno venisse a bere una birra con me scoprirebbe velocemente che non sono così carino, non sono –Tim di The Office–, sebbene molte persone lo sostengano. Non ho nessun problema a dire a qualcuno di andare a quel paese».
Nonostante la sua compagna Amanda sia stata di recente al centro dell’attenzione per aver evaso le tasse, Freeman è contento di non avere addosso i tabloid come invece capita ad altri vip: «Il mio lavoro di attore è per voi, perché dovrebbe esserlo anche la mia vita privata? Credo che tutti abbiano diritto alla privacy. Fortunatamente […] non sono così affascinante per i tabloid, non ho bisogno della loro approvazione. Ci sono circa venti persone nella mia vita di cui desidero l’affetto, e nessuno di queste è il Daily Mail». L’anonimato, aggiunge, può essere una cosa meravigliosa per una persona, «ma allo stesso tempo ho deciso di interpretare Lo Hobbit, sapendo che a me avrebbe cambiato le carte in tavola; d’altra parte è stata la mia unica possibilità di fare qualcosa che chiunque, prima o poi, avrebbe visto. Ho lavorato in altri film, che forse ho amato di più, ma non hanno incassato un miliardo di dollari».
E con questo si dedica di nuovo al suo pasto. Non c’è da chiedersi perché Peter Jackson lo abbia scelto per interpretare Bilbo Baggins: con il suo amore per la comodità e il desiderio di tornare il più in fretta possibile nel proprio accogliente “buco nel terreno”, Martin Freeman è molto più Bilbo Baggins che Tim Canterbury e sta vivendo al meglio la sua avventura.
Fonte: The Independent
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