Amarga Navidad, il nuovo film di Pedro Almodóvar, arriva in sala dal 21 maggio dopo il passaggio al Festival di Cannes, dove è stato accolto con grandi applausi e anche noi di Best Movie lo abbiamo visto in anteprima. Un ritorno molto personale per il regista spagnolo, che firma un’opera costruita come una vera e propria confessione: il racconto di una crisi creativa, ma anche di tutto ciò che il cinema può chiedere a chi lo fa e a chi gli sta accanto.
Il film si muove infatti nel territorio dell’autofiction e richiama da vicino alcune delle traiettorie più intime della filmografia di Almodóvar. Il paragone più immediato è con Dolor y gloria, dove il regista aveva già trasformato fragilità, memoria, malattia e desiderio di creazione in materia narrativa. Anche in questo caso tornano le crisi di panico, le emicranie, il peso dei traumi personali e il rapporto con la morte della madre, ma Amarga Navidad spinge ancora più esplicitamente sul meccanismo della creazione.
Al centro del film c’è infatti un regista che scrive una sceneggiatura su un’altra regista, in un gioco di specchi che diventa presto un film nel film, e poi quasi un film dentro un altro film. Attraverso questa struttura, Almodóvar riflette su un gesto che sembra essere per lui inevitabile: prendere frammenti di vita dalle persone che lo circondano, dai collaboratori al compagno, dall’agente agli affetti più vicini, e trasformarli in cinema.
La domanda che attraversa il film è allora tanto semplice quanto scomoda: che cosa succede quando la vita finisce nel cinema? E soprattutto, come reagiscono le persone quando riconoscono sé stesse, le proprie ferite o i propri segreti dentro un’opera? Amarga Navidad sembra interrogarsi proprio su questo confine fragile, mostrando quanto la creazione possa essere un atto di amore, ma anche una forma di appropriazione.
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Da questo punto di vista, uno dei momenti più significativi del film è il confronto finale tra il regista e la sua agente. Una scena che mette in luce la parte più ambigua e spietata del processo creativo: quella in cui l’artista sembra disposto a tutto pur di arrivare al risultato, pur di produrre quello che viene percepito come il piccolo miracolo della creazione.
Per Almodóvar, del resto, fare cinema non è mai soltanto un mestiere. Nel film emerge con forza l’idea del cinema come necessità, come spazio vitale da abitare a ogni costo. Creare significa restare dentro la competizione, continuare a misurarsi con il desiderio, con il dolore, con la paura di non avere più nulla da dire. Ma significa anche esporsi, usare sé stessi e gli altri, spingere la realtà fino a trasformarla in racconto.
In tutto questo, Amarga Navidad resta comunque un film profondamente almodovariano. Ci sono i colori, il melodramma, le passioni esasperate, le figure femminili, le stanze emotive e visive che da sempre rendono riconoscibile il suo cinema. Ma c’è anche qualcosa di più duro e scoperto: la sensazione che Almodóvar stia guardando direttamente il proprio metodo, chiedendosi quanto sia legittimo, quanto sia necessario e quanto, invece, possa fare male.
Insomma, Amarga Navidad è un’opera che parla di crisi creativa, ma anche del rapporto complicato tra arte e vita. Perché se il cinema nasce spesso da ciò che ci accade, sembra ricordarci che non tutti sono disposti a essere trasformati in personaggi. E che, a volte, il prezzo della creazione lo pagano anche quelli che restano fuori dall’inquadratura.
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