Negli Stati Uniti, su FX, il 9 ottobre è partita la terza stagione di American Horror Story, ovvero American Horror Story: Coven.
Come già saprete, AHS è una serie antologica – cioè composta di storie autoconclusive – con la differenza che rispetto a quanto accade nelle serie antologiche classiche, come Ai Confini della Realtà, la narrazione non si conclude nell’arco di una puntata, ma di una stagione. Cioè dopo ogni season finale, si riparte da zero. Nella stagione successiva cambia il tema (prima le case stregate, poi manicomi ed esorcismi, ora le streghe), non il cast, con gli attori impegnati però in ruoli differenti.
Sul successo del brand, per ora, non si discute: il pilota della terza stagione è stata negli Usa la puntata più vista di sempre del franchise (5 milioni e mezzo di spettatori), e AHS si avvia a diventare lo show di maggior successo di FX. Senza contare che la formula narrativa, con le pedine che vengono rimesse a bordo scacchiera ogni anno, garantisce una longevità pressoché infinita.
Non tutto, però, ci ha convinto. Se infatti la scelta di un target più teen appare commercialmente oculato – con la scuola per adolescenti “speciali” al centro della storia – così come la riconferma della grande Jessica Lange nel ruolo principale, tuttavia questo primo episodio ci ha fatto sorgere più di un dubbio sulla tenuta “politica” e “artistica” della serie – cioè sulla volontà di continuare ad azzardare un immaginario realmente progressista e formalmente stimolante – dubbi che potranno dissolversi o trasformarsi in certezze solo nelle prossime settimane.

Seguono spoiler sul pilota.
Se infatti la terza stagione si chiama “American Horror Story: Coven”, per ora si legge “American Horror Potter”. Nel pilota, dopo l’agghiacciante, azzeccatissimo prologo in costume, in cui vediamo alcune delle sequenze più disturbanti mai passate in uno show televisivo (la soffitta delle torture, Kathy Bates che si lustra il volto paonazzo con il sangue), il ritorno alla contemporaneità è anche un ritorno alle mode cinematografiche e televisive del momento. Le streghette protagoniste sono teenager problematiche, e invece che da un horror sembrano uscite da una versione gotica di Glee. Inoltre, più che delle perfide fattucchiere, appaiono come delle eroine imbranate – Misfits? X-Men? – ognuna con il suo superpotere (la bambola vodoo umana, la sensitiva, la telecinetica). Ma il colpo di grazia è il contesto, questa specie di ricovero per streghe alle prime armi, con tanto di insegnante (creatrice di pozioni) e preside (gran stregona), che non può non richiamare alla mente Hogwarts e dintorni, o l’addestramento dei super-reietti della Marvel. Va aggiunto che nel pilota, c’è un’esplicita battuta di Jessica Lange sul mondo di Harry Potter. E sembra la classica coda di paglia.
Varrebbe poi forse la pena riflettere sull’inflazione dell’immagine proprio della Lange, che continua a calcare la mano – seppur con immenso talento – sulle solite note recitative, rischiando di sfondare il muro dell’overacting, non certo per inadeguatezza, quanto per abitudine a un certo tipo di personaggio, e per monotonia della scrittura che la riguarda.
Infine il tono: perché tutta questa prudenza? Perché, ad esempio, scegliere una messa in scena così fredda e incerta dello stupro al personaggio di Emma Roberts? Pur senza indulgere in dettagli, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più disturbante, una sequenza che avrebbe giustificasse meglio – emotivamente – la vendetta che segue di lì a poco.
La verità è che AHS sembra, per ora, essersi spaventata di se stessa. Pigra, meno azzardata di quelle che l’hanno preceduta. Speriamo di sbagliarci.

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