“Good times Bad Times” cantavano i Led Zeppelin. Ricordandoci che gli alti e i bassi si alternano velocemente nella vita e che dalla vetta è altrettanto facile precipitare. Il sound dei mitici Zeppelin ci catapulta in un soffio indietro nel tempo in un’era fatta di pantaloni a zampa di elefante e trionfi di pailettes, teste cotonate da nuvole di lacca, lunghe cadillac squadrate; in sottofondo, oltre a un rock sempre più duro, l’arrembante disco-music e il funky che negli anni Settanta facevano molleggiare e ancheggiare i protagonisti di tutte le serie Tv e dei film degli sfavillanti Seventies, da Starsky & Hutch a Shaft.
Eccoli scalpitare sullo sfondo dell’attesissimo American Hustle di David O. Russell (sul grande schermo Usa dal 25 dicembre, giusto in tempo per accreditarsi agli Oscar e dall’1 gennaio nel nostro Paese) quegli anni contraddittori ed esagerati, già privi delle spinte rivoluzionarie dei Sessanta e dell’innocenza dei Cinquanta. Un’era controversa quella, con un’esplosione febbrile di criminalità e corruzione, specie nei già multietnici e complessi States. Più disincantata e cinica, economicamente e politicamente travagliata, che rispondeva alle difficoltà con una sfrenata ricerca del piacere individuale, all’insegna delle “febbri del sabato sera”, parallelamente a un’esibizione sempre più disinvolta e libera del corpo.
Anni tornati prepotentemente alla ribalta nel cinema contemporaneo con pellicole come Anni felici, Argo, Rush, l’imminente Lovelace, e per l’appunto il film di O. Russell, che punta all’Oscar con questo affresco “Larger than Life”, di quelli che non si fanno quasi più, à-la-Casinò o più recentemente American Gangster, in cui atmosfere retrò e scene mozzafiato vengono sostenute da un cast che ha pochi concorrenti e dove tutti si trasformano. Un piccolo plotone di personaggi irresistibili, che hanno fatto della truffa un’arte.
Ed è proprio l’arte, anzi un discorso su questa e in particolare su un quadro di Rembrandt, a condurci nel vivo di questa vicenda piena di intrighi, quando un irriconoscibile Christian Bale ingrassato e con il riporto svela a un altrettanto improbabile Bradley Cooper, ultrariccio e moro, che di falso trattasi, gettando lì le battute-chiave del film, ovvero: «La gente crede a ciò a cui vuole credere. (…) Quindi, chi è più bravo? Il maestro o il falsario?».
Il personaggio di Bale sottolinea l’estro del secondo, compiendo in realtà un autoelogio: egli altri non è che il genio della truffa Irving Rosenfeld, costretto dall’agente dell’FBI Richie DiMaso (Cooper) a collaborare con l’intelligence al fianco della sua amante Sidney Prosser/Amy Adams (sotto minaccia di finire in prigione in caso di rifiuto), per smascherare i giri di corruzione tra i politici a stelle e strisce. Che per quanto rocambolesco possa sembrare come plot, corrisponde a storia vera e, per la precisione, a un’operazione sotto copertura di nome ABSCAM (da Abdul Scam, il cui nome deriva dall’utilizzo di una compagnia di facciata in mano a uno sceicco finto), che fece emergere gli affari sporchi e le collusioni con la mafia di sei uomini del Congresso e di un senatore proprio alla fine degli anni ’70.

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