La scelta di un soggetto è già una dichiarazione di intenti e raccontare la storia del “cecchino più letale della Storia degli Stati Uniti” lo è in modo straordinariamente ovvio.

Facciamo un passo indietro: la copertina di American Sniper, ovvero l’autobiografia di Chris Kyle*, Navy Seals texano chiamato “Leggenda” dai commilitoni per il numero straordinario di omicidi compiuti in guerra, riporta questa dichiarazione di Eastwood: «Chris Kyle racconta la sua storia con lo stesso coraggio e la stessa grinta che ha mostrato nella vita e sul campo di battaglia». Ora, pur con tutte le cautele del caso – mai fidarsi troppo degli strilli -, e considerata anche la storia politica repubblicana di Clint, era difficile immaginare che American Sniper fosse un apologo pacifista, e perfino una visione “strabica” della guerra come nel caso dell’accoppiata Flags of Our Fathers / Lettere da Iwo Jima. L’equilibrio ideologico si giocava allora sullo spazio che sarebbe stato dato alle azioni sul campo di Kyle – soldato modello, esempio e punto di riferimento per i compagni, macchina di morte per i nemici – rispetto alle conseguenze private della sua dipendenza dalla guerra, ovvero la difficoltà di reinserirsi in un contesto domestico (Kyle era sposato e aveva due bambini) e sociale.

E qui il problema non è tanto che Eastwood trascuri il secondo aspetto – non lo fa -, quanto che la messa in scena sia “trasparente”, ovvero usi gli strumenti del cinema di genere; cioè si risolva in una serie di luoghi narrativi comuni (Cooper/Kyle “sente” nella testa il rumore della guerra anche quand’è in casa, guida come un matto, picchia il cane del figlio e gioca in modo ambiguo con le armi di fronte a moglie e prole). Così come è di genere – e a tratti per altro anche efficace (vedi la tempesta di sabbia) – il racconto della guerra, con gli iracheni che sembrano gli indiani d’America prima del revisionismo western, e un duello a distanza e all’ultimo colpo tra il cecchino siriano e Kyle che è puro thriller, anche e soprattutto nelle scelte di quadro (mi vengono in mente un’inquadratura dall’alto del siriano che si stringe una bandana in testa, e un’altra in cui passa davanti a un manifesto con il tatuaggio del protagonista e la taglia sulla sua testa, con un ghigno feroce in faccia). Non solo quindi viene raccontata una storia (vera) di patriottismo celebrando un unico punto di vista, ma si usano strumenti hollywoodiani classici per circuire lo spettatore ben al di là di quanto suggerirebbe la cronaca (una cosa che per altro Eastwood fa sempre).

D’altronde, messa da parte tutta la cornice politica, non subentra nemmeno la soddisfazione di pancia, perché gli strumenti del thriller sono applicati a un racconto che di genere non è: Clint è comunque legato alla Storia, e non può inventarsi né follie domestiche mai accadute, né stupefacenti trionfi bellici in un conflitto mai vinto. Anzi è proprio su questo piano, nel racconto di una guerra in cui le rappresaglie finisco in tragedia, gli “eroi” muoiono per mano di altri reduci e i bambini fanno una fine tremenda, che si intravede l’idea di cinema limpidamente morale a cui ci aveva abituato.
C’è in conclusione del buono in American Sniper, sia nella costruzione della suspense che nello sguardo sul conflitto, ma le due cose non stanno mai insieme, e la vena patriottica è debordante.

*Nel numero di gennaio di Best Movie – ora in edicola e disponibile inversione digitale – Bradley Cooper, che per interpretare questo ruolo ha dovuto mettere su quasi venti chili di muscoli sottoponendosi a una massacrante dieta ipercalorica, racconta la sua opinione su Kyle e come ha affrontato un ruolo così controverso.

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