«È l’unica cosa che abbia un senso: amare qualcuno, come si può». Lo dice Monica Bellucci, donna pronta al sacrificio per il suo uomo, in On the Milky Road. Il film è una storia d’amore ambientata sullo sfondo della guerra jugoslava tra la misteriosa Sposa interpretata dalla Monica nazionale ed Emir Kusturica, che del film è protagonista e soprattutto regista, e che torna in concorso a Venezia a diciotto anni da Gatto nero, Gatto bianco e a 35 anni dall’esordio Ti ricordi di Dolly Bell? 

A dominare su tutto in questa pellicola rutilante e pulsante di energia, come solo i film del regista serbo sanno essere, è la forza della natura, raccontata soprattutto attraverso gli animali, non mera spettatrice, ma anche agente e manipolatrice in grado di modificare gli eventi. La prima parte è un distillato del miglior Kusturica tra falchi che ballano, oche che si tuffano in vasche di sangue, serpenti che bevono latte, asini quasi parlanti, tanto da essersi meritati tutti un posto d’onore nei titoli di coda. E anche gli esseri umani non sono da meno, tra ginnaste scatenate e soldati un po’ poeti e filosofi.

Attraverso questo spirito surreale e favolistico e allo scoppiettante spirito balcanico a cui ci ha abituati in passato, il regista serbo cerca nuovamente attraverso il cinema di rielaborare le ferite della guerra. Il suo Kosta è un solitario, un po’ svanito, a cui il conflitto ha tolto tutto, ma non il buon cuore. Ogni giorno  in sella al suo fidato asino si fa la strada dalla trincea a una fattoria per rifornire i soldati di latte. La gestisce la giovane e scatenata Milena che vorrebbe sposarlo e che ha acquistato da poco una bella Sposa italiana (Bellucci) per il fratello, eroe di guerra sulla via del ritorno. Ma sarà l’incontro con l’italiana a sconvolgere Kosta che s’innamora perdutamente.

Il rituale del corteggiamento tra loro è delicato e progressivo e, in prima battuta, suscita molta tenerezza. Purtroppo, Kusturica nella seconda parte (quella della fuga di Kosta e della Sposa dai soldati che la vogliono eliminare) tira troppo per le lunghe la storia d’amore e la sovraccarica di eccessi (e finali), nuocendo all’equilibrio di un film pacifista e un po’ “francescano” che fin qui girava benissimo. Solo l’amore ha senso, solo l’amore può cancellare il dolore, ribadisce fin troppe volte Kusturica, perdendosi tra le ipermelò dimostrazioni d’amore dei due folli amanti pronti a tutto.

Sul finale, però, si riprende tingendo di nero la favola tra il lattaio e la Sposa e chiudendola – con un finale visivamente d’impatto in mezzo a un gregge di pecore su un campo minato. Nell’epilogo, infine, ridà compostezza al tutto con Kosta che più attraverso la connessione con la natura che tramite la fede riesce a trovare quanto meno un sollievo al tormento interiore provocato dai fantasmi del passato. Un ritorno imperfetto quello di Kusturica, ma come sempre col botto, che regala alla Bellucci un ruolo da donna di mezza età vera e senza trucco (peccato l’impegno non sia tutto nella vita).

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