Anche a distanza di 42 anni, questo sci-fi sovietico resta uno dei più inquietanti e visionari mai realizzati
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Anche a distanza di 42 anni, questo sci-fi sovietico resta uno dei più inquietanti e visionari mai realizzati

Un film nato tra censure sovietiche, incidenti sul set e riflessioni filosofiche che, ancora oggi, continua a ispirare cinema, letteratura e persino videogiochi

Anche a distanza di 42 anni, questo sci-fi sovietico resta uno dei più inquietanti e visionari mai realizzati

Un film nato tra censure sovietiche, incidenti sul set e riflessioni filosofiche che, ancora oggi, continua a ispirare cinema, letteratura e persino videogiochi

Frame dal film sci-fi Stalker

Quando nel 1979 Andrei Tarkovsky presentò Stalker, pochi avrebbero immaginato che quel film cupo, lento e apparentemente ostile al grande pubblico sarebbe diventato uno dei punti di riferimento assoluti della fantascienza mondiale. Nonostante l’accoglienza tiepida e le accuse di essere “noioso” o “incomprensibile”, l’opera ha saputo resistere al tempo, trasformandosi in un vero cult capace di ispirare registi, scrittori, musicisti e persino game designer. A distanza di più di quattro decenni, Stalker non smette di inquietare e affascinare, imponendosi come uno dei film più visionari mai realizzati.

La storia è quella di una spedizione in un luogo proibito conosciuto come “la Zona”. Lo Stalker (Aleksandr Kaidanovsky) guida due uomini – il Professore (Nikolai Grinko) e lo Scrittore (Anatolij Solonitsyn) – verso la leggendaria “Stanza”, un ambiente in grado di esaudire i desideri più profondi di chi vi entra. Ma Tarkovsky non è interessato a ciò che accade nella Stanza: ciò che conta è il percorso, il cammino faticoso, le domande che i personaggi si pongono e a cui spesso non sanno dare risposta. La Zona diventa un luogo mentale prima ancora che fisico, una proiezione delle ossessioni e delle paure umane.

Chi si avvicina a Stalker aspettandosi un film di fantascienza convenzionale resta inevitabilmente spiazzato. Non ci sono astronavi né tecnologie futuristiche: la fantascienza di Tarkovsky è interiore, fatta di simboli e di domande sull’esistenza. Il regista utilizza lunghe inquadrature statiche, un ritmo volutamente dilatato e dialoghi che toccano fede, speranza, etica e il senso stesso della vita. Celebre è il passaggio dal seppia opprimente della realtà quotidiana ai colori freddi e surreali della Zona: un cambio che segna il vero inizio del viaggio e l’ingresso in un territorio in cui le leggi della fisica non valgono più, sostituite da quelle della coscienza.

La realizzazione di Stalker fu tormentata. Dopo un primo montaggio, il girato andò quasi del tutto perduto a causa di un errore nello sviluppo della pellicola, costringendo Tarkovsky a rifilmare gran parte del materiale. A questo si aggiunsero le condizioni di lavoro estreme: molte scene furono girate in aree industriali contaminate da sostanze tossiche vicino a Tallinn, in Estonia. Negli anni successivi, diversi membri della troupe, compreso lo stesso Tarkovsky, sua moglie Larisa e l’attore Solonitsyn, morirono di tumore, alimentando la leggenda di un film che “uccideva” chi lo realizzava. La tragedia si intrecciò così indissolubilmente con il mito dell’opera.

Al momento della sua uscita, Stalker divise pubblico e critica. Molti spettatori lo considerarono eccessivamente lento e privo di dinamismo. Tarkovsky rispose con ironia: «Il film deve essere più lento e più noioso all’inizio, così chi è entrato nella sala sbagliata ha tempo di andarsene». Nel tempo, però, il film è stato rivalutato fino a conquistare un posto stabile tra i capolavori assoluti del cinema. Nel 2012 il British Film Institute lo ha inserito tra i 30 migliori film di tutti i tempi, e oggi è considerato la summa della poetica tarkovskiana, in cui immagine e filosofia si fondono in un’esperienza quasi mistica.

L’impatto di Stalker è incalcolabile. Ha influenzato registi come Christopher Nolan, Denis Villeneuve e Alex Garland, il cui Annientamento è spesso considerato una rivisitazione moderna della Zona. Ha ispirato romanzi, come la trilogia Southern Reach di Jeff VanderMeer, e un’intera serie di videogiochi, S.T.A.L.K.E.R., ambientati in un universo che richiama esplicitamente il film e il romanzo originale dei fratelli Strugatskij. Anche in campo musicale, artisti come i Radiohead hanno dichiarato di essersi lasciati suggestionare dall’atmosfera sospesa e ipnotica di Stalker.

Guardare Stalker oggi significa accettare un’esperienza che sfida le regole del cinema commerciale: è infatti un film che pone interrogativi radicali sull’essere umano, sul destino e sulla natura dei desideri. Nonostante la sua lentezza e la sua durezza, rimane un’opera che continua a esercitare un fascino magnetico, capace di cambiare lo sguardo di chi la affronta. Più che un film, Stalker è un viaggio dentro se stessi: un’esperienza che, anche a distanza di 42 anni, resta tra le più inquietanti e visionarie mai realizzate.

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Fonte: Collider

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