Nel pantheon dei grandi autori del Novecento, nomi come Hitchcock, Kubrick e Bergman occupano da sempre una posizione privilegiata. Eppure, accanto a loro, c’è un cineasta la cui importanza viene ancora oggi sottovalutata dal grande pubblico: Andrej Tarkovskij. Regista capace di trasformare il cinema in un’esperienza spirituale e filosofica, Tarkovskij ha firmato opere che continuano a interrogare lo spettatore molto oltre il tempo della loro uscita. Tra queste, Solaris resta forse il suo film più radicale e, ancora oggi, uno degli esempi più coraggiosi di fantascienza mai realizzati.
Uscito nel 1972 e tratto dall’omonimo romanzo di Stanisław Lem, Solaris utilizza il contesto fantascientifico non come spettacolo, ma come strumento di introspezione. La vicenda segue lo psicologo Kris Kelvin, interpretato da Donatas Banionis, inviato su una stazione spaziale che orbita attorno al pianeta Solaris per valutare lo stato mentale degli scienziati presenti. Una missione apparentemente razionale che si trasforma presto in un viaggio nell’inconscio.
Il pianeta, coperto da un oceano enigmatico e apparentemente senziente, sembra infatti reagire alla presenza umana dando forma ai ricordi più profondi e dolorosi degli astronauti. Per Kelvin, questo significa confrontarsi con la materializzazione di Hari, la moglie morta suicida anni prima. Un’apparizione che non è soltanto un fantasma del passato, ma una presenza tangibile, capace di provare emozioni e sofferenza.
È proprio in questo cortocircuito tra memoria, colpa e desiderio che Solaris trova la sua forza. Tarkovskij non chiede allo spettatore di interrogarsi su come funzioni il pianeta, ma su cosa significhi amare, ricordare e perdonare. La domanda centrale non è se Hari sia “reale”, ma se i sentimenti che Kelvin prova per lei lo siano ancora. Il film diventa così una riflessione profonda sull’identità umana e sulla difficoltà di accettare la perdita, trasformando la fantascienza in un territorio esistenziale.
Il confronto con 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick è inevitabile, ma anche rivelatore. Se Kubrick guarda allo spazio come a una frontiera del progresso e dell’evoluzione, Tarkovskij lo rappresenta come un luogo di decadenza e smarrimento. La stazione spaziale di Solaris è disordinata, logora, abitata da uomini incapaci di comprendere ciò che li circonda. L’esplorazione non porta risposte, ma amplifica le ferite interiori.
Nel corso degli anni, Solaris ha conosciuto altre incarnazioni, tra cui una versione televisiva sovietica del 1968 e il remake hollywoodiano del 2002 diretto da Steven Soderbergh, con George Clooney nel ruolo di Kelvin. Quest’ultima rilettura, più breve e maggiormente focalizzata sulla dimensione romantica, ha diviso pubblico e critica, ma non è riuscita a restituire la densità filosofica e il respiro contemplativo dell’originale.
A oltre mezzo secolo dalla sua uscita, Solaris continua a distinguersi come un’opera unica nel panorama sci-fi. Non offre risposte facili né consolazioni, ma invita lo spettatore a confrontarsi con le proprie paure più intime. Proprio come l’oceano del pianeta che rappresenta, il film di Tarkovskij riflette chi lo osserva, trasformando ogni visione in un’esperienza personale e, ancora oggi, profondamente perturbante.
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