Per alcune serie, il vero banco di prova arriva quando devono sopravvivere al proprio personaggio più riuscito. È il caso di Sherlock, la rilettura contemporanea firmata BBC che ha trasformato Benedict Cumberbatch e Martin Freeman nei volti moderni più riconoscibili di Sherlock Holmes e John Watson. La serie ha saputo imporsi grazie a un ritmo brillante, a una messa in scena elegante e a un protagonista costruito come una mente fuori scala, tanto affascinante quanto respingente. Ma buona parte del suo mito televisivo passa inevitabilmente anche da un’altra figura: Jim Moriarty, interpretato da Andrew Scott.
Il Moriarty di Sherlock non era soltanto il grande nemico del detective. Era il suo riflesso deformato, la dimostrazione vivente che un’intelligenza straordinaria poteva scegliere il caos invece della logica, il gioco crudele invece dell’indagine. Per questo, dopo la sua shockante uscita di scena nel finale della seconda stagione, la serie si è trovata davanti a un problema enorme: come sostituire un antagonista così iconico senza limitarsi a copiarlo? La risposta, almeno sulla carta, sembrava essere Charles Augustus Magnussen.
Interpretato da Lars Mikkelsen, Magnussen viene introdotto nella terza stagione come una minaccia diversa, più fredda e meno teatrale rispetto a Moriarty. Non è un criminale innamorato della distruzione fine a sé stessa, ma un uomo di potere che domina gli altri attraverso i segreti. Un magnate dell’informazione capace di ricattare chiunque, non perché custodisca necessariamente prove materiali in un archivio inespugnabile, ma perché possiede nella propria mente un catalogo spaventoso di debolezze, scandali e vulnerabilità. In altre parole, un avversario perfetto per Sherlock: non qualcuno da inseguire, ma qualcuno da decifrare. Proprio per questo, la gestione del personaggio resta una delle grandi occasioni mancate della serie. Magnussen aveva tutte le caratteristiche per diventare il nuovo centro di gravità del racconto dopo Moriarty. Era inquietante, potente, imprevedibile e soprattutto metteva Sherlock davanti a un tipo di intelligenza meno appariscente ma altrettanto pericolosa. Il problema è che Sherlock non gli concede mai davvero il tempo necessario per diventare tutto questo. Lo presenta come una minaccia enorme, lascia intuire il suo potenziale e poi lo liquida nell’arco di pochissimo.
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Il risultato è un villain che, a distanza di anni, sembra più un’idea interessante lasciata a metà che un personaggio davvero compiuto. Alcuni suoi comportamenti, pensati per renderlo disturbante e sgradevole, finiscono per prendere il sopravvento sulla sua reale pericolosità. Magnussen invade gli spazi, umilia, provoca, mette a disagio: tutti elementi coerenti con la sua natura predatoria, ma non sempre sufficienti a costruire una statura narrativa paragonabile a quella di Moriarty. Dove le eccentricità di Andrew Scott amplificavano il senso di minaccia, quelle di Magnussen rischiano invece di spostare l’attenzione dal suo intelletto alle sue stranezze. Ancora più discutibile è la scelta di risolvere il suo potere nel cosiddetto archivio mentale. L’idea è affascinante: Magnussen non ha bisogno di una cassaforte, perché la cassaforte è la sua mente. Ma proprio questa intuizione avrebbe meritato uno sviluppo più ampio, una partita più lunga, una guerra di strategia tra due uomini abituati a usare il cervello come arma principale. Invece, il confronto si chiude con un gesto brutale e improvviso: Sherlock gli spara. Una soluzione scioccante sul momento, certo, ma che con il passare del tempo appare sempre più come una scorciatoia.
Il punto non è che Magnussen dovesse necessariamente sopravvivere per molte stagioni. Il punto è che Sherlock aveva finalmente trovato un modo credibile per uscire dall’ombra di Moriarty senza ripeterlo. Poteva costruire un antagonista meno spettacolare ma più sistemico, meno caotico ma più radicato nel mondo reale, legato al controllo dell’informazione, al ricatto e alla fragilità della reputazione pubblica. Invece, ha preferito bruciare il personaggio prima che potesse davvero incidere sull’evoluzione della serie. Da lì in poi, Sherlock non è più riuscita a ritrovare lo stesso equilibrio. La quarta stagione ha tentato di alzare ulteriormente la posta con Eurus Holmes, trasformando il conflitto in una questione familiare e psicologica ancora più estrema. Ma proprio quel rilancio ha evidenziato quanto la serie avesse progressivamente smarrito la misura dei suoi primi anni. Le deduzioni sono diventate sempre più vicine al prodigio, i colpi di scena sempre più ingombranti, e l’ombra di Moriarty ha continuato a pesare anche quando la storia avrebbe dovuto ormai camminare da sola.
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Per questo Charles Augustus Magnussen resta, ancora oggi, uno dei rimpianti più evidenti di Sherlock. Non perché fosse già all’altezza di Moriarty, ma perché avrebbe potuto diventarlo in modo completamente diverso. Era il villain giusto per dimostrare che la serie non aveva bisogno di inseguire il fantasma del suo antagonista più celebre. Aveva tra le mani una grande occasione, forse la migliore per reinventarsi dopo il suo momento più iconico. E l’ha sprecata malissimo.
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