Ancora oggi uno dei film più amati e studiati all’estero, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo è molto più di un war movie: è un thriller politico di straordinaria potenza visiva e morale, capace di mettere in discussione ogni narrazione tradizionale sul colonialismo, la guerriglia e la libertà. Realizzato nel 1966 come coproduzione tra Italia e Algeria, il film ha influenzato generazioni di registi, attivisti e persino strateghi militari, senza mai perdere la sua carica sovversiva.
Attraverso la storia di Ali La Pointe, ex detenuto radicalizzato e diventato uno dei leader del Fronte di Liberazione Nazionale algerino, Pontecorvo ricostruisce gli anni più tesi e sanguinosi della lotta contro l’occupazione francese, tra il 1954 e il 1957. A colpire però non è tanto la trama – fondata su eventi realmente accaduti – quanto il modo in cui è raccontata. Ispirandosi al neorealismo italiano e al linguaggio dei cinegiornali, Pontecorvo adotta uno stile semidocumentaristico che restituisce al conflitto un’impressionante verosimiglianza. Il regista gira in 16mm, con macchina a mano, spesso da lontano, usando attori non professionisti – molti dei quali direttamente coinvolti nella guerra – e affidandosi a una narrazione apparentemente neutrale che però lascia emergere tutta l’ambiguità della violenza.
Il film non glorifica né demonizza nessuno: mostra gli attentati dell’FLN con la stessa freddezza con cui documenta le torture dell’esercito francese. In una delle scene più sconvolgenti, donne algerine si travestono da europee per piazzare bombe in locali frequentati da civili. Gli ordigni esplodono, causando vittime innocenti, inclusi bambini. La regia non cerca empatia né eroismo, ma invita a riflettere sull’orrore senza giustificazioni. Lo stesso accade con la brutalità dei militari francesi, mostrati mentre compiono esecuzioni sommarie e impiegano metodi di tortura sistematica. L’effetto finale è quello di una cronaca spietata, che respinge ogni tentazione spettacolare o sentimentalista.
Il risultato fu dirompente. La battaglia di Algeri venne censurato in Francia per diversi anni e accolto con freddezza dai governi occidentali, ma divenne ben presto oggetto di studio nei circoli militanti e nelle università. Fu proiettato dal movimento Black Panther, studiato dall’IRA, analizzato dal regista Stanley Kubrick e, paradossalmente, persino utilizzato come materiale didattico dal Pentagono nel 2003, nel tentativo di comprendere le dinamiche delle insurrezioni in Iraq. Lo slogan della proiezione era eloquente: “Come vincere una battaglia contro il terrorismo e perdere la guerra delle idee”. E anche in Argentina, durante gli anni della dittatura, il film fu mostrato agli allievi delle scuole militari per prepararli a “guerre sporche” contro la popolazione civile.
È proprio questo cortocircuito – tra intento anticolonialista e appropriazioni ideologiche – a rendere il film ancora più potente. Se Hollywood ha spesso mascherato l’orrore della guerra dietro al cameratismo e allo spettacolo, Pontecorvo, come pochi altri (si pensi a Va’ e Vedi di Elem Klimov), ha avuto il coraggio di mostrare il conflitto per ciò che è realmente: una tragedia collettiva senza gloria, senza vincitori, senza eroi.
A quasi 60 anni dalla sua uscita, La battaglia di Algeri resta un punto di riferimento assoluto per il cinema politico e civile. Un’opera che continua a parlare al presente, in un mondo che ancora fatica a fare i conti con le sue guerre, le sue occupazioni e le sue rivolte.
Fonte: Collider
