Il cinema italiano ha raccontato il fascismo in molti modi: con la forza epica di Novecento, forse ancora oggi l’opera perfetta per celebrare il 25 aprile, con il realismo struggente di Roma città aperta, con la poesia di La notte di San Lorenzo. Ma c’è un film che, più di ogni altro, ha scelto la strada dell’estremismo visivo ed emotivo per denunciare l’orrore del potere totalitario. Un titolo che sta in una categoria a parte: quella dei film che tutti conoscono, ma in pochissimi hanno davvero il coraggio di guardare fino in fondo. Come Cannibal Holocaust, come A Serbian Film. Ma con un peso storico, politico e simbolico molto più profondo: stiamo parlando di Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film di Pier Paolo Pasolini.
Uscito postumo nel 1975, poche settimane dopo l’omicidio del regista, è ambientato negli ultimi giorni della Repubblica di Salò, tra il 1944 e il 1945. Ma non è una ricostruzione storica convenzionale: Pasolini prende il romanzo libertino del Marchese De Sade e lo trasforma in una parabola sull’orrore fascista. Quattro signori del potere – un duca, un vescovo, un magistrato e un banchiere – rinchiudono un gruppo di ragazzi e ragazze in una villa isolata, dove li sottopongono a torture fisiche, psicologiche e sessuali in una spirale di degradazione crescente difficile da guardare.
Non mancano sequenze che hanno contribuito a rendere Salò una delle visioni più traumatiche della storia del cinema. Tra le più crude, ci sono le scene di umiliazione sessuale collettiva, le torture fisiche inflitte ai prigionieri, fino alle terribili sequenze finali in cui le vittime vengono mutilate, marchiate, bruciate, impiccate, osservate a distanza dagli aguzzini attraverso un binocolo, come in uno spettacolo da contemplare. È un inferno lucido e controllato, senza catarsi e neppure pietà.
Il film è stato immediatamente censurato, sequestrato, attaccato dalla critica e vietato in decine di paesi. Tra questi: Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Norvegia, Germania Ovest, Finlandia. In alcuni casi la distribuzione legale è arrivata solo negli anni 2000. In Italia non fu formalmente bandito, ma la sua uscita fu segnata da polemiche e denunce. Il pubblico era diviso tra chi lo riteneva pornografia sadica e chi ne coglieva la potenza politica. E ancora oggi, pur circolando liberamente in DVD e in streaming su circuiti d’essai, Salò o le 120 giornate di Sodoma resta un film che molti evitano volutamente, pur riconoscendone l’importanza storica e artistica.
Proprio per la sua insostenibilità, Salò è forse ancora oggi il film più radicale mai realizzato contro il fascismo. Perché non rappresenta solo la violenza del regime, ma la sua perversione ideologica: l’annullamento dell’altro, la mercificazione dei corpi, l’obbedienza cieca come strumento di dominio. Pasolini non cerca di spiegare o commuovere: vuole sconvolgere, mettere lo spettatore davanti a un male assoluto che non ha giustificazioni.
Guardare Salò, soprattutto durante una ricorrenza come quella del 25 aprile, significa affrontare un viaggio nel buio del fascismo e della storia italiana, senza filtri. Un’opera che per usare un’etichetta molto abusata si potrebbe definire necessaria, anche se a tratti insostenibile. Non tutti riusciranno a vederlo fino alla fine, ma nessuno che l’abbia visto lo potrà mai dimenticare.
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