Pallida, strana e molto, molto piccola. Ecco come si presenta Anna Kendrick sul suo profilo Twitter, dove si diverte a scrivere tutto quello che le passa per la testa («Perché continuo a prendere le riviste di cucina in aeroporto? Tanto vale comprare un porno. Mi eccito tutta, ma non posso farci niente») o pubblica screenshot di messaggi privati (il fratello Michael, parlando delle foto rubate lo scorso agosto da iCloud, le scrive: «Non sono mai stato così felice di non vedere il tuo nome su una lista». E lei commenta: «Non preoccuparti, bro, sarebbero state solo immagini di cibo e di cani di altra gente»). Spigliata e ironica, Anna è una delle giovani star più amate di Hollywood, ma nonostante le apparenze il suo è un successo che viene da lontano. Ne è la prova la nomination ai Tony Award ricevuta, a soli 12 anni, per il ruolo di Dinah Lord in Alta Società, a Broadway. Da allora si è fatta conoscere con la saga di Twilight, in Tra le nuvole (che le è valsa una candidatura all’Oscar) e infine Voices: Pitch Perfect, un piccolo film che, a fronte di un budget di 17 milioni di dollari, ne ha incassati oltre 113 al box office internazionale. Con Voices 2, The Last 5 Years e l’atteso Into the Woods, tutti in uscita quest’anno, si candida a diventare la nuova regina del musical americano.
Best Movie: In Into the Woods interpreti una Cenerentola moderna, che non ha molto in comune con quella che conosciamo.
Anna Kendrick: «Hai ragione! A cominciare dall’abito che indossa, che non è più blu ma verde. Nella versione di Stephen Sondheim (l’autore del musical, ndr) è una ragazza forte, che non teme la solitudine. È lei, infatti, a lasciare il principe azzurro quando si rende conto che non è la persona giusta. Tutte le donne del film sono molto dinamiche e coraggiose, al contrario degli uomini, che meriterebbero un bel calcio nel sedere. Nella seconda parte della storia, quando i toni si fanno più dark, sono proprio i personaggi femminili a tenere tutti uniti».
BM: Into the Woods è un musical molto diverso da quelli a cui siamo abituati.
AK: «Sono dei brani davvero difficili, ma questa è anche la qualità che li rende così irresistibili. Non puoi fischiettarli quando esci dal cinema, sono imprevedibili. In ogni opera di Sondheim le canzoni non sono dei riempitivi, ma restano collegate alla trama e al percorso dei personaggi».
BM: In effetti somigliano quasi a dei dialoghi, no?
AK: «Qui nulla è sprecato e non c’è mai un momento in cui ti aspetti che arrivi il classico ritornello che piace al pubblico».
BM: Hai iniziato a Broadway. Hai mai pensato di tornare a recitare a teatro?
AK: «Essendo partita proprio dal palcoscenico c’è sempre una parte di me che mi ripete che dovrei farlo, ma è passato così tanto tempo che l’idea mi innervosisce un po’. Per fortuna il cinema sta dedicando tanta attenzione ai musical, anche se le proposte sono sempre troppo poche».
BM: Sui social sei molto divertente e schietta. È facile restare spontanea quando hai milioni di follower?
AK: «Non voglio dire cose delle quali poi potrei pentirmi, anche se a volte mi capita. Ma mi diverto molto di più quando esprimo qualcosa di vero: lo trovo liberatorio! Spesso sento l’obbligo di apparire al meglio e di dire sempre le cose giuste, mentre per certi versi su Twitter posso anche essere un po’ cattivella. Il che è strano perché, in fin dei conti, si tratta comunque di un profilo pubblico, quindi non so perché lì non mi senta condizionata. Ma non posso farne a meno!». […]
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