Nove anni prima dell’uscita di Suspiria di Dario Argento, il regista messicano Carlos Enrique Taboada firmava Even the Wind is Afraid (Hasta el viento tiene miedo, 1968), un gioiello del gotico latinoamericano capace di anticipare, con finezza e inquietudine, molte delle tensioni psicologiche e tematiche che avrebbero dominato l’horror d’autore decenni dopo. Ambientato in un collegio femminile, il film esplora la paura non solo come fenomeno soprannaturale, ma soprattutto come conseguenza del potere autoritario, del silenzio istituzionale e della repressione dell’adolescenza.
Taboada, già noto per le sceneggiature de Il vampiro e The Witch’s Mirror, nel 1968 dà vita a un racconto che combina la classicità visiva del gotico con una consapevolezza sociale moderna. Il suo è un cinema che non urla, ma sussurra: un horror rarefatto, dove la tensione cresce tra gli spazi vuoti, le allusioni, i dettagli. E dove la paura nasce non tanto dal fantasma, quanto dalla rigidità morale di chi detiene il controllo.
Il film si apre con Claudia, una giovane studentessa che sogna ripetutamente una ragazza sconosciuta che la chiama disperatamente. Con le sue amiche, comincia a indagare sulla torre chiusa del collegio, un edificio proibito al centro del campus. Le ragazze vengono scoperte e punite da Miss Bernarda, la direttrice, che le costringe a restare nella scuola anche durante le vacanze. La rigida autorità della donna — soprannominata dalle alunne “La Strega” — è implacabile, e il suo rifiuto di riconoscere qualsiasi evento inspiegabile porta a conseguenze tragiche.
Ciò che distingue Even the Wind is Afraid da molti horror dell’epoca (e anche da quelli a venire) è l’eleganza con cui Taboada costruisce la paura. Il regista non cerca l’effetto immediato, ma lavora per accumulo: la paura cresce scena dopo scena, rafforzata da un uso magistrale della fotografia in bianco e nero di Agustín Jiménez, collaboratore di Buñuel, che gioca con ombre, riflessi, silhouette. La luce non illumina, ma nasconde. E soprattutto, è il suono a diventare protagonista: il vento, evocato fin dal titolo, diventa un rumore costante, un ululato che si confonde con grida umane, un eco della sofferenza repressa tra quelle mura.
Il gotico qui non è solo forma, ma sostanza. Il collegio è un luogo sospeso, claustrofobico, in cui le ragazze si muovono come in un sogno — o in un incubo. Ma il vero spavento nasce dalla manipolazione, dal controllo emotivo, dal modo in cui l’autorità adulta sfrutta le insicurezze delle adolescenti. La direttrice Bernarda incarna tutto questo: fredda, calcolatrice, incapace di empatia, arriva persino a usare una delle studentesse più vulnerabili — un’orfana in cerca di approvazione — per spiare le compagne. È lei, non il fantasma, la presenza più inquietante del film.
Come avverrà in seguito in opere come The Others, The Devil’s Backbone o The Babadook, Even the Wind is Afraid usa l’elemento sovrannaturale per indagare un trauma. Il fantasma è il sintomo, non la malattia. E la malattia è la violenza del silenzio, l’imposizione delle regole, il sacrificio dell’individualità sull’altare della disciplina.
Sessant’anni dopo la sua uscita, il film di Taboada resta di un’attualità sconcertante. Non solo per la sua raffinata costruzione estetica — che ancora oggi incanta e inquieta —, ma perché parla di ragazze che cercano di capire il mondo, e che scoprono che il vero orrore non è fuori, ma dentro le strutture che dovrebbero proteggerle. Come nei migliori film di Guillermo del Toro, il soprannaturale qui è lo specchio di una realtà corrotta, di un mondo che ha perso il senso dell’ascolto e della compassione.
In un’epoca in cui l’horror torna sempre più spesso a raccontare l’emotività repressa, l’identità ferita, la paura del controllo e dell’isolamento, Even the Wind is Afraid merita di essere riscoperto. Non come semplice curiosità storica, ma come opera profonda e ancora viva, che ha anticipato di quasi un decennio il rinnovamento moderno del cinema del terrore.
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Fonte: Collider
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