Al Festival di Cannes che si è da poco concluso, Best Movie ha incontrato l’attore Malcolm McDowell, il produttore Jan Harlan e Christiane Kubrick (la vedova del regista) per parlare con loro di Arancia Meccanica, il film di Stanley Kubrick che, a 40 anni di distanza, ha mantenuta intatta la sua carica rivoluzionaria.
Dal 24 maggio, Arancia Meccanica è disponibile in Blu-ray e in un’edizione speciale.
Best Movie: Quali sono i vostri ricordi sulla lavorazione del film?
Christiane Kubrick: Con Stanley io ho seguito l’intero sviluppo del film. È stato particolarmente interessante discutere con lui dei costumi, del make up e in generale dell’aspetto visivo di un film. Un film che, oltre a una storia molto forte, è stato rivoluzionario proprio per il suo stile.
Malcolm McDowell: Lavorare con un regista del calibro di Kubrick è un’emozione che si può solo immaginare. Un’esperienza stimolante, di grande divertimento, magnifica sotto molti aspetti. Questo da un lato; dall’altro lato, Kubrick è un regista perfezionista, estenuante, a tratti irritante. Mi ricordo che continuava a farti ripetere la solita scena ma senza spiegarti il perché. Tu chiedevi spiegazioni e lui si limitava a rispondere: «Just do it again». Devo ammettere che, comunque, il massimo numero di ciak che ho fatto è stato circa 20. Una volta siamo arrivati a 50, ma era per una questione tecnica.
BM: All’epoca, l’uscita del film suscitò diverse polemiche. Come reagì Kubrick?
Jan Harlan: Quelle polemiche diedero a tutti molto dispiacere e delusione. Ma è anche vero che il film riscosse un certo successo. Una polemica che tuttavia era particolarmente legata al Regno Unito.
CK: Questo perché Alex è inglese. Quando il film uscì, sembrava quasi che ogni crimine commesso fosse colpa di Stanley, indipendentemente da dove gli assassini vivessero e da chi fossero in persona. Stanley comunque non si sentiva per nulla colpevole; era solo scioccato dalle conseguenze inaspettate che aveva creato il suo film.
MMcD: È stato sicuramente un grosso scandalo. Arancia Meccanica è un film profetico sotto molti aspetti, basti pensare alla droga e alla violenza. Quando il film uscì, io era in America e quindi le polemiche riguardo la censura nel Regno Unito non mi colpirono da vicino.
BM: Quali pensate che siano i vantaggi del Blu-ray per i film di Kubrick?
JH: Quando Stanley era in vita c’erano le Vhs, terribili… Per lui era un dramma: odiava quel formato perché abbassava notevolmente la qualità visiva. Il Dvd prima e ora il Blu-ray restituiscono invece la grandezza dei suoi film. E soprattutto questi formati consentono di guardare i film in lingua originale con i sottotitoli. Un’abitudine questa che si dovrebbe imparare fin da piccoli perché è un modo di guardare il cinema che poi non si dimentica più, un po’ come andare in bicicletta. Sono convinto che in 20-30 anni il doppiaggio scomparirà: ormai sono pochissimi i paesi che doppiano ancora i film (Italia, Spagna, Germania e pochissimi altri). Trovo il doppiaggio un’operazione terribile: la lingua e la voce di un attore è qualcosa di così individuale e prezioso che non si può cancellare.
E non parlo sono di film americani: mi è capitato di vedere La vita è bella durante un viaggio in aereo doppiato… Di solito in America non si usa, e meno male! Quella versione era orrenda.
BM: Oggi Kubrick girerebbe un film in 3D?
JH: Non so, probabilmente sì. Certo dipenderebbe dal soggetto. I suoi film non erano certo adatti alle tre dimensioni. Eccetto 2001 Odissea nello spazio. Il 3D può dare grandi vantaggi, ma dipende dal tipo del film: è adattissimo a certi racconti fiabeschi per bambini, ma se penso a film seri, non penso che il 3D possa dare un valore aggiunto. Ma non sono un esperto in materia e potrei cambiare idea.
BM: Che tipo di regista era Stanley Kubrick?
MMcD: Kubrick era un regista molto esigente. Mi ricordo che prima di iniziare a girare gli chiesi quale metodo di lavoro avrebbe usato, quali fossero i suoi obiettivi, e lui mi disse: «non so quello che voglio. Ma sono assolutamente sicuro di quello che non voglio». Questo era il suo modo di lavorare e di essere. E tu dovevi lavorare strenuamente per arrivare a quello che lui voleva. In maniera perfetta.
Non siamo mai diventati veri e propri amici. Ora me ne pento. E mi dispiace soprattutto di non aver alzato il telefono per fargli un’ultima telefonata prima che morisse. Ma l’orgoglio è stato più forte. E lo stesso, penso, valga anche per lui.
