Che Baarìa sia il frutto di un grande impegno finanziario è evidente fin dalle prime inquadrature del film, dai campi lunghi che abbracciano dall’alto il paese siciliano, come l’avrebbe visto dalla cima di una montagna un viaggiatore d’inizio secolo, o un pastore che lo osservasse col suo gregge. Le impressionanti ricostruzioni di Bagheria negli anni ’20, l’atmosfera che si percepisce grazie alle scenografie, ai costumi, alle ambientazioni, la musica epica di Ennio Morricone; tutto è emozionante e dà l’idea di uno sforzo produttivo notevolissimo (si parla di quasi 30 milioni di euro), per ricreare un desiderio che Giuseppe Tornatore coltivava da tempo: «Era un film che sognavo di realizzare, ma davo per scontato che fosse – per la complessità e il numero di personaggi – un’opera cui mi sarei potuto dedicare molto più in là negli anni, diciamo dopo i 60. E invece, dopo aver finito La sconosciuta, si è presentata questa possibilità, che considero una grande responsabilità: quella di raccontare cos’è la Sicilia per me, attraverso il microcosmo di Peppino, un bambino che diventa uomo e scopre le contraddizioni della realtà, ma anche gli affetti familiari». Una storia di fantasia, ma intessuta di nomi reali (dal pittore Renato Guttuso al poeta Ignazio Buttita, sono tanti i veri cittadini di Bagheria rappresentati nel film), tre generazioni di una famiglia, molte vicende, anche politiche, che fanno parte della storia dell’isola ma anche dell’Italia. Dalla strage dei braccianti di Portella della Ginestra, alla fedeltà all’Unione Sovietica da parte dei comunisti italiani; dalla riforma agraria al boom degli anni ’60 e fino alla contestazione del ’68. Luoghi e volti (soprattutto questi ultimi, grazie alla bravura dei protagonisti Francesco Scianna e Margareth Madè, ma anche di una schiera di attori noti in ruoli secondari), che dopo aver visto questo film, rimarranno nel ricordo e nel cuore dei tanti che l’hanno apprezzato.

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