«Chiudi gli occhi e lui è con te… Sei già morto, un due tre». È una filastrocca sinistra, riferita al Babadook, ultima incarnazione dell’Uomo Nero. Un essere soprannaturale invocato per errore da una madre mentre legge a suo figlio un inquietante libro, saltato fuori dal nulla da un cassetto della loro casa: è l’inizio di un incubo che pare non aver mai fine. A prima vista, sembra la classica struttura che negli horror prosegue dal primo Nightmare di Wes Craven. Ma Babadook non è un horror comune, almeno non nel senso più tradizionale del termine. Ha più i contorni di un thriller psicologico che si muove all’interno del dramma famigliare. Intenso e agghiacciante. Al centro della storia, Amelia e suo figlio Samuel, il cui rapporto non è mai decollato a causa della morte violenta del marito di lei, ucciso in un incidente d’auto mentre portava la moglie all’ospedale la sera in cui le si erano rotte le acque.

Un trauma che condiziona la donna per i successivi sei anni: Samuel cresce ribelle, chiede attenzioni costanti che Amelia non riesce a dargli, perché non vuole. Nel piccolo rivede l’incubo di una notte maledetta che gli ha portato via l’amore della sua vita e l’unica cosa che la tiene legata a lui è il suo senso materno. La sua è una lancinante sofferenza repressa che non ha valvole di sfogo e per questo sviluppa nella donna un’energia negativa dalle potenzialità tragiche, ma ancora sopite. Almeno fino a quando il libro del Babadook viene aperto, liberando, come un vaso di Pandora, le paure più profonde di madre e figlio.

Calato in allucinanti atmosfere oniriche, il film sfrutta con maestria gli espedienti più classici del genere, spaventando senza mai mostrare nulla di esplicito. Uomo Nero compreso, che rimane un’ombra oscura, allegoria del profondo malessere personale di una madre il cui equilibrio psicofisico scricchiola ogni minuto che passa. I tanti applausi della critica internazionale non sono gratuiti: Jennifer Kent, regista e sceneggiatrice, scava a fondo nei tormenti della protagonista partendo da una mitologia ben radicata nell’immaginario horror e mostra come, alla fine di un un tunnel angosciante, si possa anche trovare la luce. A patto di saper convivere con i propri demoni. Perché il Male fa parte di noi: non sempre possiamo vederlo, ma senza dubbio possiamo combatterlo.

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