Barry Jenkins è, tra i nomi nuovi del cinema contemporaneo, uno dei più lanciati. Molto seguito sui social – soprattutto su Twitter –, ha mosso i primi passi all’interno del movimento mumblecore, caratterizzato da budget contenuti e situazioni minimali. Il suo primo film è Medicine for Melancholy, ma l’esplosione è arrivata nel 2016 con Moonlight, racconto in parte autobiografico su un ragazzo afroamericano omosessuale alle prese con un percorso di maturazione. Un successo enorme e inaspettato, che l’ha portato addirittura a trionfare come Miglior film agli Oscar, battendo all’ultimo respiro La La Land a margine del clamoroso e ormai celeberrimo “errore delle buste”, con una proclamazione che aveva inizialmente indicato come vincitore il film di Chazelle. All’ultima Festa del Cinema di Roma lo abbiamo incontrato per parlare del suo nuovo lavoro, Se la strada potesse parlare (tratto dal romanzo di James Baldwin If Beale Street Could Talk), ancora una volta protagonista della stagione dei premi. Al centro della storia, ambientata tra la comunità nera di Harlem negli anni ’70, l’amore tra la giovane Tish e il fidanzato Alonzo, detto Fonny, arrestato e condannato per un crimine che non ha commesso.
Cosa ti ha attratto di questa vicenda e del libro che la esplora?
«Sono stato folgorato dal romanzo di James Baldwin, che ha al suo interno due voci parallele: una sensuale e romantica, e un’altra molto arrabbiata, orientata alla critica della politica e della società, con uno sguardo fortissimo sulle disattenzioni del governo verso gli afroamericani. Il mio è un adattamento fedele perché volevo rispettare entrambi questi aspetti».
Se la strada potesse parlare presenta un’idea di comunità molto forte.
«Mi interessava esplorare un gruppo di persone molto ampio, delle famiglie che hanno legami marcati e interagiscono l’una con l’altra lasciando nelle persone degli strascichi profondi. Nel farlo desideravo anche essere brutalmente onesto e non potevo non esserlo, visto che sono un regista nero che dirige una storia sulle delle persone nere interpretata da attori neri. Mi sono lasciato ispirare da Beau Travail, un film della regista francese Claire Denis che amo molto: a tutti gli effetti si tratta di uno studio spirituale su dei corpi. Ho provato a fare qualcosa di analogo, ovviamente in modo molto diverso».
L’intervista completa è pubblicata su Best Movie di febbraio, in edicola dal 30 gennaio
© RIPRODUZIONE RISERVATA