Barry Seal: il film sul narcotrafficante americano interpretato da Tom Cruise

Barry Seal, aviatore statunitense dedito al crimine e al narcotraffico, è una figura non troppo nota ma dannatamente interessante: una sorta di Howard Hughes spaccone e spericolato, involgarito e disposto a sporcarsi le mani con le tratte più illecite e le azioni più detestabili.

Se Hughes ha incarnato al cento per cento il superomismo dell’American way of being nella sua forma più esasperata e narcisistica, pionieristica e autodistruttiva, di quello stesso mito Barry Seal, nato e morto a Baton Rouge a cinquant’anni nemmeno compiuti (fu assassinato), è stato una specie di parodia impazzita, una costola estrema.

A rispolverare questa figura ci ha pensato il nuovo film di Doug Liman, che non lavorava con la Universal dai tempi di The Bourne Identity del 2002, con protagonista Tom Cruise: icona action indiscussa degli ultimi tre decenni di cinema e attore perfetto, dato il suo inevitabile invecchiamento, per restituire sullo schermo la spavalderia sorniona e le sembianze un po’ imbolsite del vero Barry Seal, una sorta di Al Capone sguinzagliato in giro a segnare il confine tra il ruolo dell’America e le sue estensioni nel mondo («Costruiamo nazioni, per la miseria. È l’America al suo meglio»).

Un uomo che nella realtà era però molto più grasso di Cruise nel film, più vicino probabilmente al suo in Tropic Thunder di Ben Stiller. Ma per Cruise si tratta del ruolo giusto al momento giusto, perché sono interpretazioni come questa che mettono in crisi la lucentezza del divo costringendolo a fare i conti col tempo che passa e con personaggi più scivolosi e infingardi del solito.

Barry Seal – Una storia americana (il titolo originale, American Made, evoca più da vicino il prototipo a stelle e strisce del self made man) è un film che ha addosso la grana dell’epoca, l’odore e la sporcizia degli anni Ottanta che sceglie di rappresentare attraverso la lente non banale e non scontata di uno dei piloti americani che in quel periodo di occupava di far viaggiare droga e armi tra Stati Uniti, Sud e Centro America, il tutto con il candido appoggio della CIA.

Al tempo di Narcos, la serie Netflix giustamente celebrata su Pablo Escobar, un controcampo di questo tipo appare salutare e necessario per allargare lo sguardo e la prospettiva su quegli anni, cosa che tra l’altro il film provvede a fare con un’abbondanza di informazioni storiche, digressioni didattiche e cartelli (non di droga, in quel caso). Barry Seal, dopotutto, si calò nelle sabbie mobili e negli intricate trame del suo tempo da vero insider, accordandosi con il Governo degli Stati Uniti e facendo da informatore per la DEA (Drug Enforcement Administration) subito dopo l’arresto a Fort Lauderdale, in Florida, nel 1984.

Dedito al riciclaggio di denaro, testimoniò anche contro il governo sandinista in Nicaragua e soprattutto ai danni del cartello di Medellín, attirandosi addosso l’odio omicida dei fratelli Ochoa, perni del narcotraffico capeggiato da Escobar. Un cane sciolto imprudente e dedito all’azzardo, un lupo di Wall Street calato dall’alto dei suoi velivoli nella giungla del Sudamerica, ma anche una figura cinematografica al massimo grado in virtù dei suoi paradossali e infantili eccessi, finalizzati a una sorta di utopia truffaldina così ingenua da sfidare tutto e tutti, ben oltre le catene della giustizia e a ridosso dei totem più inviolabili.

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