Faceva caldo, quel giorno. Caldissimo. Io camminavo sotto il sole e una steady ci precedeva di quasi cinquanta metri. Non accennava a darci tregua, il sole. Così potente e luminoso, però, andava governato, dal basso. La luce che dovevo prendere, camminando, cambiava in continuazione. L’operatore steady, Stefano, camminava all’indietro con un accrocchio pesante e accanto a lui c’era Marco, con il poli in mano, che cercava di darmi sempre una luce uniforme sul viso. Immaginate di dover camminare all’indietro, sotto il sole, dopo una giornata faticosa, con addosso trenta chili da parte di uno e inclinando, l’altro, un polistirolo in base alla luce del sole che è partita otto minuti e mezzo prima e che arriva come vuole lei, non di certo perfetta. Un esordiente. Uno che potrebbe anche stare lì a fare due film insieme: il primo e l’ultimo. E immaginate che, per una serie di cose, il primo ciak non venga perfetto. E che il secondo sì, dai, ci sta. Potremmo fare meglio ma ci sta. «Com’è per te?» chiede il Maestro. «Potrebbe andar meglio… ho Nicola buio in un paio di punti in cui parlava… Si può rifare?» chiede l’operatore. E allora silenzio. «Dai, ce l’abbiamo…» dice il produttore. Perché il cinema è soprattutto compromesso, da sempre. «Ce l’abbiamo, andiamo in pausa». «Quindi dobbiamo farla solo per Nicola?» chiede il regista, che di film ne ha fatti 40 e ha avuto i più grandi attori, figuriamoci cosa potrebbe importargli di un esordiente. E allora sorride. Inspira un attimo l’aria del fiume mentre passano gli aerei e potrebbe non andar bene per l’audio, visto che Fiumicino è quello che è, giustamente. Non ha perso il sorriso, Pupi. Mi guarda. «Chiediglielo te!» mi dice. E si allontana. Io, da accaldato, mi gelo e sbianco. Balbetto qualcosa e faccio un passo indietro. «Ah – dice Marco – se è per Nicola si fa!». E di nuovo, daccapo. Daccapo a camminare all’indietro, daccapo a far fatica, mentre io a capo chino dico le battute a un attore fenomenale come Luca Zingaretti. Determinati a guadagnar terreno con me, consapevoli che quando sarebbe stato il momento, avrei fatto lo stesso per loro. «Stop!», sorride Stefano, era buona. Proprio buona. E infatti fu quella che montarono nel film L’inquadratura che fece innamorare Andrea Magnani di quel ciccione a cui scrisse addosso un film che lo portò a Locarno, e in cinquina ai David. E Marco, che quel sorriso aperto non lo perdeva mai, nemmeno con la maglia madida di sudore, che mi abbraccia e mi fa «Annamo a magnà, bravo!». Ma bravo cosa? Ma bravo chi? Ma bravo tu, bravi voi. Perché a prendersi i meriti siamo un pugno di persone ma il pugno è fatto da tutte le dita che si stringono. Il set è così. Fatto da persone generose, che si sacrificano volentieri per i loro compagni. Perché per quanto non abbia mai visto nulla di più gerarchico di un set cinematografico, non c’è posto dove non ti venga ricompensato ogni centimetro che guadagni per la squadra, ogni sorriso, ogni sforzo, ogni puntualità, ogni luce presa, ogni grazie e ogni grazie ancora. E non vedo l’ora di tornare a far parte di una squadra. Perché questo è essere una squadra, signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso, come collettivo, o saremo annientati individualmente. E quest’ultima frase, prendetela e fatela vostra, qualunque cosa facciate. Usciamo da sto casino e torniamo alla vita. Tutti. È il set. È il cinema. È la vita. È il football, ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?

di Nicola Nocella

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