Ben Affleck, che da poco (lo scorso 15 agosto) ha compiuto 40 anni, torna dietro la macchina da presa per il suo terzo film, Argo, dove interpreta anche un agente della CIA in missione in Iran durante la crisi del 1979, che finge di essere un produttore cinematografico in cerca delle location in cui girare il suo prossimo film. In realtà, il viaggio è un piano per liberare sei diplomatici americani che hanno trovato rifugio nell’ambasciata canadese di Teheran, mentre 52 connazionali venivano invece intrappolati in quella statunitense per 444 giorni (dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981).
Il 2012, dunque, è un anno particolarmente significativo per l’attore e regista che è diventato papà per la terza volta. Dopo Violet (6 anni) e Seraphina (3), sua moglie Jennifer Garner ha dato alla luce Samuel (nato lo scorso 27 febbraio).

BM: Argo è un film più complesso rispetto a Gone Baby Gone e The Town. Perché ha scelto di fare questo film? Cosa l’ha ispirata?
Ben Affleck: «Credo che la differenza principale stia nel fatto che gli altri due film avessero un tono ben preciso: entrambi crime movie, ambientati a Boston, moralmente ambigui, ma con personaggi e un’azione ben definiti. Questo film, invece, si muove tre diversi binari: la parte che riguarda la CIA all’inizio ricorda Tutti gli uomini del Presidente, la satira hollywoodiana che caratterizza la parte centrale della pellicola si rifà più a L’assassinio di un allibratore cinese di John Cassavetes, e poi c’è la questione Iran che con il suo crudo realismo colpisce duro come accadeva in La battaglia di Algeri diretto da Costa Gavras. E la sfida più grande è stata quella di cercare di navigare questi tre diversi toni in modo coeso e uniforme affinché non sembrassero tre cortometraggi separati l’uno dall’altro».

BM: Ha ricevuto qualche consiglio da registi con cui ha lavorato in passato?
Ben Affleck: «Più che consigli, ognuno mi ha insegnato qualcosa. Da Gus Van Sant (che lo ha diretto in Will Hunting – Genio Ribelle, ndr) ho imparato ad assumermi la responsabilità delle mie performance. Da Kevin Smith (In cerca di Amy) l’amore puro per i film in sé e l’emozione che ne deriva. Da John Madden (Shakespeare in Love) il rispetto per la sceneggiatura. Micheal Bay (Pearl Harbor) è un regista straordinario, sa esattamente come girare e come montare una pellicola, in particolare quelle d’azione. Terrence Malick (To the Wonder), invece, mi ha insegnato a lasciarmi sorprendere dalle scene. Nel senso che ogni film è fatto da scene e battute, ma To the Wonder è molto silenzioso, come un poema sinfonico. E poi ho appreso alcune tecniche per creare una determinata atmosfera e il controluce. Da ognuno di loro ho tratto ispirazione».

BM: È stato ispirato anche da George Clooney, che ha diretto diversi film a tema politico?
Ben Affleck: «Sì, George è stato un vero modello per me. Con Confessioni di una mente pericolosa ha dimostrato che si può essere un bravo regista, un filantropo e anche un attore. E soprattutto lo ha fatto con aplomb e talento. Esattamente ciò a cui ambisco anch’io».

BM: Tra l’altro Clooney figura tra i produttori di Argo. Com’è stato lavorare con lui?
Ben Affleck: «Il bello di avere due produttori come Clooney e Grant Heslov – e la loro casa di produzione, la Smoke House – è che entrambi sono anche filmmakers e hanno già lavorato a parecchi film prima. Per cui comprendono bene le difficoltà o le richieste di un regista e sanno esattamente come muoversi per risolvere i problemi. Sono entrambi molto coraggiosi e non hanno paura di esporsi. Sinceramente non ho mai conosciuto nessuno così intelligente e brillante come George: ha una cultura cinematografica e politica invidiabile».

BM: Qual era la sua intenzione rispetto al racconto e al ricordo della rivoluzione iraniana del 1979?
Ben Affleck: «L’importante per me era contestualizzare subito la vicenda e fornire al pubblico un background storico e politico sulla Persia degli anni ’50, ’60 e ’70, in modo che anche chi non ne fosse a conoscenza potesse seguire la vicenda. Se avessi iniziato il film con un gruppo di musulmani iraniani inferociti contro gli americani, sarebbe potuto essere ovunque, anche in Iraq; e sarebbe risultato come il classico stereotipo: gente del Medio Oriente che ci odia senza alcuna ragione. Rischio che andava evitato, per questo ho ritenuto necessario spiegare come si è arrivati alla rivoluzione del 1979, così che lo spettatore avesse le basi necessarie per farsi una sua idea».

BM: Ci sono parallelismi tra la crisi iraniana del ’79 e gli attuali conflitti in Medio Oriente?
Ben Affleck: «Sono rimasto impressionato dal fatto che le tensioni che esistono oggi tra l’Occidente e l’Iran, con gli Stati Uniti, con Israele, con il Canada – che recentemente ha richiamato i suoi diplomatici e chiuso l’ambasciata a Teheran – in fondo sono le stesse di 37 anni fa. E soprattutto nascono per gli stessi motivi. E uno degli obiettivi di questo film, che non vuole essere fazioso o demagogico, è proprio quello di riportare all’attenzione e riproporre queste questioni. Argo è un film sulle involontarie conseguenze della rivoluzione. Oggi assistiamo alle rivolte che scuotono l’Egitto, la Siria e pensiamo: “Saremo coinvolti? Quale parte dovremmo sostenere?”. Che la storia dell’Iran serva da ammonimento».

BM: Negli Stati Uniti sono forti i pregiudizi verso gli immigrati e i musulmani provenienti dal Medio Oriente, soprattutto dopo l’11 settembre. Può un film come Argo aiutare le persone a cambiare idea?
Ben Affleck: «La relazione tra Occidente e Oriente sicuramente è minata da conflitti passati che hanno portato a un misunderstanding culturale, per cui si fanno generalizzazioni e si additano in modo negativo tutti gli arabi. Tanto che effettivamente loro sono la comunità attualmente più discriminata negli States; l’unico modo per superare questa situazione è lasciare che il tempo faccia la sua parte e procedere a piccoli passi, soprattutto investendo sulle nuove generazione che potrebbero essere i primi a dire: “Tutto questo non ha senso. Perché dovrei avere questo risentimento nei confronti di questa persona?”. Per cui con il tempo, con una prospettiva costruttiva e con la cessazione delle guerre che stiamo combattendo in Iraq e Afghanistan, le cose potrebbero, anzi dovrebbero, migliorare. Ma non sarà facile. E credo che anche Hollywood dovrebbe giocare un ruolo decisivo in tutto questo, contribuendo a cambiare l’immagine degli arabi attraverso i film. Spesso vengono ancora descritti solo come terroristi o criminali. E certo questa non è la realtà».

BM: Ha mai pensato di candidarsi in politica?
Ben Affleck: «Sempre di più sono infastidito dalla politica e dai suoi rappresentati. E mi sento anche in colpa per aver appoggiato alcuni candidati a raccogliere soldi. Non fanno altro ogni santo giorno. Questo significa che i ricchi hanno più possibilità di accesso rispetto ai poveri. Se tu sei un politico in campagna elettorale, devi scendere in strada e mangiare pessimi panini, andare a giocare a bowling o scalare le montagne in mountain bike: fare tutte queste cose stupide. È una professione nobile, ma io non sono tagliato per questo. E c’è una citazione di Kennedy che mi piace molto e condivido: “Ogni madre vorrebbe vedere il proprio figlio diventare Presidente, ma non un politico”».

BM: Avendo interpretato un agente della CIA, pensa che potrebbe essere una buona spia?
Ben Affleck: «No, penso che verrei smascherato all’istante. Però sono molto attento alle altre persone e riesco a indagare le loro motivazioni e intenzioni. Trovo molto interessante provare a scoprire cosa nascondono e perché. Sì, potrei essere un bravo psichiatra».

BM: Come è cambiato il suo rapporto con Matt Damon ora che siete entrambi sposati e con figli?
Ben Affleck: «Matt vive in fondo alla mia via, per cui ci vediamo ogni giorno, spesso insieme ai bambini e alle nostre mogli. È come una sorta di “fantasyville”, dove ci divertiamo parecchio. Io sono assolutamente soddisfatto della mia vita: ho tre figli, sono sposato da sette anni, ho appena compiuto 40 anni. Insomma, mi sembra di essere cresciuto (ride)».

BM: Come ha reagito ai 40?
Ben Affleck: «Be’, quando arrivi ai 40 inizi a pensare seriamente alla tua mortalità. Però ho anche provato a immaginare i miei prossimi dieci anni, con la consapevolezza che probabilmente saranno i migliori della mia vita. Sono così appagato a livello sentimentale e professionale, che sono convinto che avrò ancora buone possibilità. E se questo non dovesse accadere, sono ugualmente contento di dove sono arrivato e di come sto portando avanti il mio lavoro. E il fatto di avere una splendida famiglia e di godermi i miei figli crescere, mi rende ancora più felice. 40 anni è proprio l’età in cui arriviamo all’apice… prima di perdere lo spirito».

BM: Le piacerebbe dirigere sua moglie?
Ben Affleck: «Assolutamente, trovo che lei sia un mostro di talento. Sarebbe come quando ho diretto mio fratello Casey in Gone Baby Gone; riconoscevo subito quando non era sincero. Perché quando conosci bene qualcuno, o addirittura ci sei cresciuto assieme, sai esattamente quando ti sta intortando o sta dicendo la verità. E lo stesso vale per Jennifer, anche se con lei ci casco sempre (ride). Se dovessi trovare un film con un forte personaggio femminile, mi piacerebbe molto proporlo a lei. Anche perché lei è una donna straordinaria, anche a casa. È speciale e insieme riusciamo a conciliare perfettamente vita e lavoro. Abbiamo un ottimo rapporto, anche se per farlo funzionare – come in ogni relazione – dobbiamo investire tempo ed energie. Per ora ci stiamo riuscendo alla grande».

BM: Dopo due femminucce, siete stati contenti dell’arrivo del maschietto?
Ben Affleck: «Molto. Diciamo che il fatto di avere tre figli ha movimentato ancor di più la nostra vita, che ora è un vero tornado, anche se Jennifer per il momento si sta dedicando completamente a loro. Non appena saranno tutti e tre un po’ cresciuti, scopriremo anche se andranno o meno d’accordo… quella potrebbe essere un’altra rivoluzione».

BM: E quando sua moglie è impegnata sul set?
Ben Affleck: «Ci penso io. Certo, non sono bravo come lei, ma per ora me la cavo (ride)».

L’intervista è pubblicata su Best Movie di novembre

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