I sogni segreti di Walter Mitty, basato sull’omonimo romanzo scritto dal fumettista del New Yorker James Thurber nel 1939 e remake del film Sogni proibiti del 1947, è un film che riempie il cuore aprendo la mente verso nuovi orizzonti. Walter, il protagonista, sviluppatore di pellicole nella rivista Life, vive la sua giornata lavorativa in uno scantinato, tra vecchi negativi e acidi per sviluppare i rullini in fotografie, sognando ad occhi aperti quel mondo che scopre attraverso di esse. La frustrazione, l’amore segreto per la sua collega, sono tutte componenti che esplodono quando i sogni si trasformano in realtà, nel momento in cui Walter intraprende una rocambolesca avventura alla ricerca di un negativo mancante, necessario per la copertina dell’ultima edizione cartacea della sua rivista.

Il regista e protagonista principale del film Ben Stiller è arrivato oggi a Roma per incontrare la stampa, paradossalmente evitando di posare a, quasi, ogni obiettivo dei fotografi, e in serata parteciperà a Telethon come unico ospite internazionale. Ecco cosa ci ha raccontato:

Il viaggio di Walter Mitty è un po’ anche il viaggio di Ben Stiller? Dove volevi arrivare in questa quinta regia?
Ben Stiller: «Ogni volta che fai un film in un certo senso vai ad attingere dalla situazione in cui ti trovi in quel momento della vita come persona, e in un certo senso è successo questo anche per me. Quello che provo e vivo nella mia vita, le questioni, i problemi che mi riguardano in questo momento specifico. Dirigere un film ti dà l’opportunità di fare qualcosa che non hai mai fatto, e come regista è importante spingerti in territori ignoti, ma questo è il modo per poter essere coinvolti e dare il massimo. Credo che da un punto di vista registico questo film sia stato quello che mi ha dato maggiori soddisfazioni».

Ha lasciato la commedia grottesca per entrare nel poetico e surreale, ci può spiegare questo nuovo stile? Ha avuto paura di lasciare il conosciuto e lo sconosciuto e crede nel caso?
BS: «Decisamente per me la storia ha dettato lo stile stesso del film. La storia del viaggio alla scoperta di se stesso, di Walter che passa tutta la sua vita per lavoro a sviluppare fotografie, a guardare immagini meravigliose di persone che fanno cose straordinarie e lui non ha mai fatto nulla, anche se ce l’ha dentro di se. L’attenzione che lui dedica all’immagine ha dettato lo stile visivo e il tono del film. È un film meno cinico di altri che ho diretto in passato. Nella sala montaggio e nelle proiezioni per il pubblico mi sono reso conto che questo rappresentava una nuova esperienza, una storia che veniva raccontata dove non contavano quante risate facessero gli spettatori ma le emozioni che trasmetteva a livello narrativo. È stato qualcosa di nuovo che in parte mi ha fatto un po’ paura, ma credo sia fondamentale addentrarsi in un territorio dove non devi essere necessariamente a tuo agio».

C’è un motivo per cui non è stato dato molto spazio alla fotografia n° 25, centrale per tutto il film e visibile solo nel finale?
BS: «Penso che fosse la durata ideale per farla vedere al pubblico, anche per poterla introiettare, non volevo indugiarci troppo. Credo che il tempo riservatole fosse sufficiente per far capire che cosa si intendesse trasmettere con quel fotogramma».

Come si rapporta con lo sport, visto il suo personaggio nel film?
BS: «Io sono cresciuto facendo skateboard a New York City, ho cominciato intorno ai nove, dieci anni. Mi piace molto come sport ma non sono così bravo come nel film, non riesco a fare tutte quelle acrobazie! Ad ogni modo nei primi piani sono io, anche se per sicurezza mi avevano legato per non farmi male! Mi sono sempre divertito e ho degli ottimi ricordi a riguardo. Questa estate ho cominciato a insegnare a mia figlia ed è stato bellissimo il passaggio di testimone di skateboard».

Quanto è difficile non tradire i propri ideali di fronte a un’epoca dove il virtuale sostituisce il reale?
BS: «Questo è il motivo per cui mi piace venire in Italia: perché riuscite a trovare i temi profondi anche nelle commedie! Per me una delle tematiche più importanti analizzate nel film è quella di cercare di creare una connessione e stabilire un contatto con le altre persone e con sé stessi. Questo sognare a occhi aperti è importante per Walter, nella sua vita, per continuare ad andare avanti nella sua routine, ma lo blocca al contempo e gli impedisce di creare un legame con gli altri, reprimendo qualcosa che in realtà già c’è. In un mondo in cui ci sono troppe cose che ci distraggono è più difficile essere concreti e avere una vera e propria interazione con gli altri. Non definirei Walter introverso, è qualcuno che cerca di trovare posto in questo mondo e l’allontanarsi dagli schermi, dalla virtualità passando da un’esistenza virtuale a una reale. Questo credo sia un messaggio nuovo, molto importante soprattutto per le nuove generazioni».

Il tema della dismissione, la fine di un giornale e della carta stampata è una problematica che viviamo, come assiste lei a questo processo?
BS: «Per me personalmente è qualcosa su cui rifletto. Negli anni della mia adolescenza ho vissuto le prime volte delle cose che abbiamo oggi; il primo computer, il primo videogame, il primo cellulare. La mia generazione ha vissuto appieno la transizione dall’analogico al digitale e trovo che sia un peccato che oggi non sia più così. Ora le fonti sono più virtuali. La possibilità di avere una rivista, o un libro, fisicamente fra le mani è una sensazione impareggiabile. Io detesto leggere dai tablet. Quando abbiamo fatto le ricerche per il film mi sono reso conto quanto fosse importante l’oggetto fisico. Tenere in mano una rivista come Life era come tenere in mano un pezzo di storia. I ragazzi di oggi non hanno questa percezione ed è un peccato. Attingiamo informazioni da così tanti schermi che l’arco dell’attenzione si riduce e si è distratti in tanti momenti, anche io ne sono vittima, ho un cellulare, una televisione e un computer. Questo film è stato un celebrare quello che è stato il mondo analogico e Walter non poteva che non essere a proprio agio in un mondo del genere, per lui era importante. Oggi è triste non riuscire a girare su pellicola, ma per questo film non potevo certo girare sul digitale!».

Che consiglio darebbe a tutti i sognatori che devono confrontarsi con un mondo molto cattivo, sotto molti punti di vista?
BS: «Wow, non saprei davvero, non so certo che tipo di consiglio potrei dare, non credo di poter dire alle persone come devono vivere la loro vita. La cosa importante è che Walter, con la sua fervida immaginazione, riesce a vivere la sua esistenza, è parte del suo modo di essere, sono i suoi sogni ad occhi aperti e la sua immaginazione a spingerlo a fare i primi passi e entrare in maniera coraggiosa e audace nel mondo reale. Sono fondamentali per lui, anche se in parte lo bloccano. Continuare ad essere creativi e a sognare ad occhi aperti sempre, questo forse lo posso dare come consiglio!».

Chi ha concepito la battaglia fra lei, “Mister Muscolo” e Adam Scott?
BS: «Abbiamo riflettuto su come potessimo far esprimere la rabbia e la frustrazione che Walter non poteva manifestare palesemente nei confronti del suo boss. Ci piaceva il combattimento in stile supereroi per le strade di New York City, ed è stato molto divertente da girare!».

Cosa ne pensa del film Sogni Proibiti del 1947? E nelle sue ricerche ha per caso avuto modo di vedere il film di Paolo Villaggio, Sogni mostruosamente proibiti, ispirato anch’esso al romanzo di Thurber?
BS: «Magari se avessi visto il film di Paolo Villagio avrei potuto trarre qualche idea per il mio! Quello del 1947 è la classica commedia musicale che non avevamo intenzione di rifare perché l’idea era adattare una sceneggiatura diversa, collegata al racconto dell’autore. Mi piaceva il tono melanconico scelto perché celebra la nobiltà di quest’uomo comune, che nessuno vede, ma che dentro di se cela delle grandi possibilità». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA