Se in Tv Beppe Fiorello ci ha abituato a eroi positivi ed edificanti, il cinema gli ha sempre riservato personaggi più sfaccettati e ambigui (ve lo ricordate in Terraferma di Crialese?). Ora l’attore torna sul grande schermo con Chi m’ha visto, un film ad alto tasso di decibel e ironia amara per vestire i panni di un musicista relegato nelle seconde linee del palco che sogna il successo da solista. Lo raggiungiamo al telefono un pomeriggio di fine luglio mentre si trova nella sua Sicilia e il vento che soffia su Marzamemi si diverte a disturbare di tanto in tanto la nostra conversazione.

Diretto da Alessandro Pondi (sceneggiatore di lungo corso qui al suo debutto dietro la macchina da presa), Chi m’ha visto uscirà nei cinema il 28 settembre.

Come nasce l’idea di Chi m’ha visto?
«È una storia che comincia da lontano e che si ispira a un personaggio reale: un musicista che diversi anni mi ha consegnato questo soggetto ispirato alla sua vita. Lui era un turnista, uno di quelli che suona a contratto per un altro artista e poi per un altro ancora; uno, insomma, che è sempre all’ombra di qualcun altro, ma che sentiva il desiderio di diventare lui stesso protagonista. Di essere il primo uomo sul palcoscenico. Di essere un front-man. Purtroppo non ce l’ha mai fatta, è rimasto sempre quel passo indietro, e questa situazione gli ha creato una certa frustrazione. Nel suo racconto aveva poi inserito un’idea assurda che gli era venuta ma che poi non aveva realizzato».

Ossia?
«L’idea di scomparire per esserci. Di svanire nel nulla per capire se, effettivamente, qualcuno si sarebbe accorto di lui; per verificare se valeva davvero qualcosa in questo mondo, in questa società dell’apparenza. Un po’ come quando si dice: “Quanto mi piacerebbe vedere il mio funerale!”».

E questa persona è stata coinvolta nel film vero e proprio?
«Certo, è tra i firmatari del soggetto».

Di questo film sei sceneggiatore e produttore, oltre che protagonista.
«Mi sono ritagliato tutti questi spazi perché, purtroppo o per fortuna, o perché non lo so, siccome il cinema non arrivava più da me, piuttosto che elemosinare o rimare in attesa, ho deciso di produrmi un mio film. Io faccio molta più televisione e avevo voglia di tornare sul grande schermo, però il cinema non ne voleva sapere, mi ha sempre visto come un attore televisivo. In Italia si ragiona per categorie un po’ chiuse, così ci sono gli attori di cinema, quelli di televisione o di teatro, e una volta che rientri in una griglia è difficile uscirne. Allora mi sono detto: “Sai che c’è, Beppe? Invece di stare seduto sul divano, produciti tu una commedia».

E che tipo di commedia è Chi m’ha visto?
«È una commedia rock. Una commedia con tanto rock italiano: nel film c’è una massiccia partecipazione di personaggi della nostra musica da Jovanotti a Gianni Morandi, da Elisa ai Negramaro. Compaiono più di 40 musicisti! A ognuno di loro abbiamo chiesto di recitare se stessi fingendo che Martino (il protagonista scomparso interpretato da Fiorello, ndr) sia stato un loro turnista e che, da quando è sparito, la loro carriera è in crisi; così, ognuno farà un appello affinché lo si ritrovi. Inoltre, se possiamo fare una comparazione, mi piace pensare che questo sia un film che ci riporta agli spaghetti western, c’è un sapore western nelle ambientazioni (abbiamo girato all’interno della gravina di Ginosa), nelle musiche, nel look dei personaggi. Insomma, una commedia western-rock».

Inutile sottolineare che ci sarà tantissima musica…
«Sì, assolutamente: è un film da ascoltare, oltre che da vedere. C’è una bellissima colonna sonora firmata da Fabrizio Palma e Daniele Bonaviri. Anche io ho suonato un paio di brani con la chitarra».

Come descriveresti Martino? Il suo look, il suo modo di vestire, ci suggerisce molto del lui carattere…
«Martino è un quasi 50enne che però si ostina a fare il giovane anche nel modo di vestire. Vuole fare ancora il rockettaro e questo lo rende un personaggio molto tenero, amabile: senti che sta annaspando, eppure lui, nonostante tutto, insistere ancora. Ce la vuole fare».

Nel film, come hai già accennato, c’è una riflessione su questa nostra società dell’apparenza, sulla percezione distorta che dà il web, sul voyeurismo morboso dei media. 
«C’è un passaggio importante nella mia commedia che io chiamo l’ “indotto del dolore”. Nel momento in cui Martino sparisce, esplode la sua fama: tutti lo cercano, tutti chiedono di lui, e in paese iniziano ad arrivare le televisioni, il gossip, i giornali. Insomma, laddove c’è dolore, laddove c’è il caso umano, subito i media vanno a nutrirsi. E a questo punto possiamo parlare di Avetrana, di Cogne, di tutti quei casi in cui la tragedia porta notorietà al luogo dove la tragedia si è consumata. Per quel che riguarda Chi m’ha visto entra in gioco un programma televisivo, con una conduttrice interpretata da una una fantastica Sabrina Impacciatore, che è un po’ una parodia di certe trasmissioni pomeridiane che sfruttano questi meccanismi».

Il film affronta un tema molto attuale che è quello dell’ossessione dell’apparire.
«Questa è una commedia che si basa su un gioco di specchi tra essere e apparire, un tema vecchio come l’umanità ma ora più attuale che mai. Io valgo perché ho qualcosa da dire o perché so far parlare di me attraverso il gossip, il web? Chi m’ha visto non è un film didattico, e neanche una commedia sociale, per carità: è una commedia pura che però parla dell’umanità».

Tu che rapporto hai coi social?
«Li uso per esigenze più professionali che personali. Ogni tanto mi può capitare di postare qualcosa di più personale su Instagram ma negli anni mi è passata un po’ la voglia. E poi non voglio farmi condizionare dalle cattiverie del web. La critica del web è costruita per colpire, non è creativa, non è costruttiva, e si basa su una gratuita e spesso volgare cattiveria a prescindere. Sapendo tutto questo, io non rispondo alle provocazioni, mi faccio una sana risata e mi fido soprattutto di me stesso».

Com’è stato lavorare con Pierfrancesco Favino? È vero che è un po’ un secchione?
«(Ride, ndr). È un attore che prende molto seriamente quello che fa, e fa bene! In questo ci somigliamo moltissimo: siamo due attori molto esigenti e sul set eravamo due rompipalle. Con lui mi sentivo protetto, nel senso che è un attore che sa benissimo giocare di sponda, è grande palleggiatore e, per continuare la metafora calcistica, è un grande regista che sa fare il cross perfetto per farti fare gol. Ma soprattutto, in Chi m’ha visto troveremo Favino come non l’abbiamo mai visto, in chiave comica pura, e io di questo sono molto orgoglioso perché l’ho voluto fortemente, e lui ha creduto in questo progetto».

Be’, dai, dicci un difetto di Favino.
«Il suo unico difetto è di avermi messo ansia. Dall’esterno, prima di lavoraci, l’ho sempre reputato un bravissimo attore, preceduto da questa fama di essere un artista molto esigente quindi mi aveva creato delle insicurezze, delle paure. L’ansia, però, si è smontata in meno di 24 ore: quando ci siamo trovati in albergo, è nata subito una sintonia amichevole, quasi da camerata militaresca.  Abbiamo cazzeggiato, ci siamo divertiti, e sul set questa sintonia faceva bene ai personaggi».

Chi m’ha visto è l’opera prima di Alessandro Pondi, sceneggiatore di lungo corso con cui tu hai recentemente lavorato a I fantasmi di Portopalo. Che tipo di regista è stato sul set?
«Con Alessandro c’è un’amicizia ventennale, abbiamo scritto tante cose insieme per la televisione. Desideravo davvero vederlo debuttare dietro la macchina da presa: sentivo che era un regista pronto e che aveva, innata, una marcia da commedia. Lui è romagnolo e loro ce l’hanno proprio nel sangue la commedia, lo spirito, la simpatia. Credo di non essermi sbagliato».

Una commedia vista recentemente e che ti è piaciuta tanto?
«Non ci penso neanche due minuti e ti dico subito Perfetti sconosciuti».

Insomma, sei contento di essere tornato al cinema?
«Molto. Io ho fatto poco cinema, ma di quel poco vado molto orgoglioso. Terraferma è stata un’esperienza incredibile così come Galantuomini di Edoardo Winspeare, o quel breve passaggio in Baarìa di Tornatore. Anche il personaggio anni ’30 che mi aveva disegnato Ferzan Ozpetek in Magnifica presenza era bellissimo. Non ho mai interpretato un ruolo da protagonista ma ho sempre potuto lavorare con grandi cineasti. Grandi autori che mi hanno voluto fortemente loro, perché mi volevano sdoganare da quell’immagine buona che avevo in Tv: volevano dimostrare che non avevo solo una chiave interpretativa, ma che ho espressioni di racconto molto più sfaccettate».

 

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