Life, come la rivista a cui Dannis Stock (Robert Pattinson), fotografo per la celebre agenzia Magnum (quella di Capa e Cartier Bresson), aspira a vendere le foto di un giovane divo conosciuto per caso a una festa. Si tratta di un James Dean (Dean DeHaan) colto un attimo prima che l’uscita de La valle dell’Eden prima e di Gioventù bruciata poi lo trasformassero in un’icona, resa ancora più indimenticabile dalla morte prematura avvenuta a soli sette mesi dagli avvenimenti narrati nel film di Anton Corbijn.

Ma anche life come vita, intesa nel senso di quella scintilla elusiva ed essenziale che alcune foto, quelle davvero indimenticabili, riescono a cogliere leggendo l’anima di una persona. È questa forse l’essenza di una pellicola come quella mostrata alla 65esima Berlinale, che rinuncia al racconto biografico tradizionale e sceglie invece di mettere in scena un passaggio esistenziale che definisca il personaggio. Che in questo caso è doppio e speculare. Sia Dean che Stock, infatti, sono colti in un momento in cui devono o possono dare una svolta alla propria vita, passare dall’anonimato alla fama. Ma se per Stock questa urgenza ha anche un risvolto materiale (vive a Los Angeles facendo foto sui red carpet, ma a New York ha lasciato una ex moglie e un figlio con cui non sa rapportarsi), nel caso di Dean l’impressione è che la giovane moody star (così la definì proprio Life) non sia molto convinta di intraprendere la strada verso il successo e senta invece fortissima la necessità di tornare alle sue radici: al teatro, ma ancora più indietro alla fattoria nell’Indiana dove era cresciuto.

L’idea di incrociare le vite di due giovani uomini alle prese con una svolta esistenziale era interessante, così come astuta la scelta di cast: nei panni di Dean il talentuoso DeHaan (bravo, ma purtroppo forse non abbastanza bello e cool per incarnare il divo), in quelli del meno conosciuto Stock la star Pattinson (che patisce un po’ nel confronto) già visto qui a Berlino negli abiti (letteralmente e metaforicamente) ingombranti di T.E. Lawrence in Queen of the Desert (qui la recensione), senza dimenticare la nostra Alessandra Mastronardi  che è qui l’attrice italiana Pier Angeli, fidanzata di Dean proprio in quel periodo.

Il risultato, purtroppo, non è all’altezza delle ambizioni. Al di là di un’estetica curatissima (e non potrebbe essere diversamente dovendo ricostruire la nascita di istantanee celeberrime), infatti, questo anomalo biopic sullo sguardo fotografico, che mette in sequenza istantanee celebri limitandosi a costruirne solo il retroscena “in movimento”, rischia di restare in fondo anonimo. Un esercizio di stile dalla poetica evanescente in cui solo a tratti si coglie un guizzo o un affondo interessante, soprattutto grazie alla bravura di DeHaan che, pure, si limita a interpretare il Dean pre-divo con una rabbia without a cause che sembra più legata all’immaginario collettivo della star che non a una reale ricerca delle motivazioni profonde (sociali, economiche e generazionali di quegli anni) che avevano causato a livello planetario il diffondersi di quel disagio.

Proprio lui ha confessato alla stampa di essersi sentito vicino alle emozioni del personaggio interpretato «Ho girato questo film poco prima del tour promozionale per Spiderman e non potevo fare a meno di pensare a quello che il futuro mi avrebbe portato in termini di fama, di successo. È un film che parla di cosa significa realizzare i tuoi sogni e di quali sacrifici questo implichi » . Un peccato che queste emozioni arrivino sullo schermo solo a tratti lasciando l’impressione di un ritratto elegante, ma senz’anima.

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