Uno spaccato su un’adolescenza reale, non fiabesca o romanzata, di giovani che si confrontano con temi “da grandi” come la morte, la fede e la malattia, ma che ne escono comunque vincenti e ancora sognatori. Questa riflessione e analisi è alla base di Bianca come il latte, rossa come il sangue, film nato dal romanzo dell’esordiente Alessandro D’Avenia, trentacinquenne professore di un liceo milanese che si è ritrovato a far crescere il suo manoscritto insieme agli alunni della sua classe.
Oggi D’Avenia ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione della pellicola a Roma, insieme al regista Giacomo Campiotti e all’intero cast, formato da Filippo Scicchitano, Luca Argentero, Flavio Insinna, Aurora Ruffino, Cecilia Dazzi, Gaia Weiss.
Che emozioni hai provato interpretando questo personaggio?
Filippo Scicchitano: «Ho provato una compassione verso la situazione che doveva affrontare Leo. Ho letto il libro quando mi è stato proposto il film. La prima cosa che ho fatto è stata fare un’analisi totale sul contesto e sulla malattia e in particolar modo su come l’affronta Leo. La gente non deve aspettarsi che il film sia uguale al libro, questo per me è il primo film riconducibile ad un romanzo, ho cercato di trovare dei punti forti, ma un film non può mai essere uguale all’equivalente su carta. È stata comunque un’esperienza stupenda e mi sono tuffato a capofitto in questo ruolo scritto magnificamente».
Tutti avremmo voluto incontrare un professore come lei al liceo! Ci può parlare di più del suo personaggio?
Luca Argentero: «Io e Alessandro D’Avenia abbiamo chiacchierato un po’ prima dell’inizio delle riprese. L’obiettivo era tenere fede a quello che avevo visto partecipando alle lezioni nella sua classe. “Il sognatore dichiara quello che fa”, questa è una delle battute che dico nel film, e la condivido in pieno, perché proprio da lì nasce una vera empatia per quello che fai. Se cerchi e mostri la passione che hai, riesci a trasmetterla e a suscitare interesse nei ragazzi. Alessandro è una versione moderna e contemporanea dell’educatore: definirlo solo un insegnante è riduttivo, perché assiste i ragazzi in un momento importante della loro crescita. Il professore non può avere un dubbio perché genera automaticamente sfiducia. Quello che mi ha colpito di più è che gli studenti stessi sono estremamente avanti, profondi, pronti a fare collegamenti con la vita reale dagli archetipi classici della Divina Commedia, rapportando i grandi classici ai problemi comuni che abbiamo anche noi, perché fondamentalmente quello che succedeva allora succede anche oggi. Ad ogni modo la mia vera fonte d’ispirazione è stato Alessandro, in quelle poche ore che abbiamo passato insieme. In più vorrei fare una considerazione sull’amara constatazione in cui non mi offrono più ruoli da figlio o studente, ma da professore o genitore!».
Alessandro D’Avenia «Avere Luca Argentero a scuola con me durante le ore di lezione ha scatenato un certo subbuglio, non solo fra le alunne, ma soprattutto fra le colleghe! Per me è stata la lezione più bella della mia vita. Avevo tutti gli occhi addosso, perché lui era a pochi metri dietro di me, e per un attimo mi sono illuso che almeno per un giorno tutta quell’attenzione verso la cattedra fosse per quello che stavo spiegando. I ragazzi con cui è nata questa storia sono quelli che hanno letto per primi il romanzo, stampato con la fotocopiatrice della scuola. Loro verranno a Roma a vedere il film il 4 aprile, e questo per loro è l’anno della maturità. Bianca come il latte, rossa come il sangue è cresciuto con loro. Il personaggio di Nico ad esempio è nato da un suggerimento di un alunno! Per me il regalo più grande di tutta quest’avventura è aver vissuto questa idea piccola trasformandola in qualcosa di grande insieme ai miei alunni. Abbiamo vissuto tutto come una squadra».
Flavio e Cecilia, che tipo di genitori sono i vostri personaggi nel film?
Flavio Insinna: «Io ho letto sia il libro che il copione, ed è stato entrambe le volte bello e doloroso. Ho pianto leggendo le pagine, perché ognuno ha le sue ferite e le sue perdite, non è un problema di età, e non potevo non accettare per una serie di motivi umani e affettivi. Inoltre ci siamo rincorsi tanto ma non ero mai riuscito a lavorare con Campiotti prima d’ora. Che padre sono nel film? Io ero quello che tornava alle 4 di mattina e non studiava mai, quindi mi sono guardato allo specchio e ci ho messo dentro tutte le preoccupazioni di mio padre».
Cecilia Dazzi: «Volevamo rappresentare al meglio l’apprensione che questa coppia prova per il figlio. Donare il midollo osseo non è cosa da poco, ed egoisticamente spaventa, per questo volevamo rappresentare le paure che i genitori possono avere, anche nella vita di tutti i giorni».
Perché sono dovuti passare otto anni per vederla nuovamente impegnato in un progetto cinematografico?
Giacomo Campiotti: «Ho fatto dei film per la tv che ho molto amato, sono fiero dei miei progetti. Nel mio lavoro cerco di distinguere tra le storie che mi interessano, le storie potenzialmente belle e quelle che non mi interessano. Non considero la televisione un mercato di serie B, tant’è che sto girando un’altra fiction in questo momento. Sono stato molto contento che abbiano pensato a me per dirigere Bianca come il latte, rossa come il sangue».
Che cosa ti ha coinvolto di questo progetto e come ti sei inserito nelle classi con i ragazzi?
GC: «Non conoscevo il libro, ho letto prima la sceneggiatura, ma appena ho recuperato anche il libro ho capito perché mi avevano scelto per realizzare questo progetto, l’ho trovato totalmente nelle mie corde. L’adolescenza la sento vivissima in me, è un’età incredibile in cui facciamo i conti con i sogni e i problemi della realtà. Il messaggio che volevamo comunicare è che bisogna affrontare i drammi e non smettere di rincorrere i propri sogni. I giovani mi stimolano più degli adulti. È stato un piacere fare questo film, mi sono divertito a usare un linguaggio diverso da quello delle fiction. C’è stato anche un grandissimo lavoro con gli attori, e io intervenivo solo quando sentivo che non erano reali al cento per cento».
La ricerca di Dio, intesa come ricerca di senso nella vita, è un tema ricorrente in questo momento, che riflessioni avete a riguardo?
GC: «Non è un caso se un aspetto positivo della crisi che ci ha colpito sia stato quello della riscoperta della riflessione intima. Siamo in un momento della storia e della vita di ognuno di noi in cui abbiamo voglia di ricercare valori più profondi. Il grande successo del libro secondo me è questo. Non trovo che sia strano che oggi riflettiamo su queste idee con cui tutti dobbiamo confrontarci, trovo che sia strano che non ne abbiamo parlato prima».
ADA: «A me hanno sempre parlato di un Dio che ci voleva bene, non mi sembrava proprio a causa di esperienze personali che ho vissuto. Il libro non è altro che questo, una sommessa confessione di una lotta e un tentativo di dialogo».
Che cosa vi ha insegnato il personaggio che interpretate nel film?
FS: «C’è sempre un apprendimento importante quando fai un film, ma se devo citare qualcosa, cito una frase del libro “Credere in qualcosa di più grande” per stare dietro a un simile problema, affrontare il dolore ed essere caricato di responsabilità a soli 16 anni».
Gaia Weiss: «Credo che Beatrice sia un’adolescente che vive molte più cose di quanto un’adolescente dovrebbe vivere, e in quei momenti hai voglia di trovare qualcuno che possa rispondere a tutte le nostre domande. È questa la forza del film, perché quando si smette di fare domande si è morti. Dopo aver accettato questo ruolo mio zio mi ha raccontato di avere avuto una figlia morta poi a 16 anni di leucemia, mi diede il diario che scriveva, è una cosa che mi ha sconvolta, ma mi ha aiutato a prepararmi per il ruolo».
Aurora Ruffino: «Ho lottato tantissimo per questo ruolo, avevo letto il libro e me ne sono innamorata, quando ho finito di leggerlo mi ha lasciato una ricchezza e una gioia infinita. È un libro basato sulla fede e la speranza, nonostante la morte e il dolore va oltre, si parla di altro, non ti lascia quel senso negativo, è un inno alla vita».
LA: «Io vivevo un’epoca diversa (pur se non troppo lontana nel tempo!) da quella che vivono i ragazzi. Mi sono trovato circondato da una schiera di giovani pazzeschi, e mi ha colpito l’approccio che hanno avuto al tipo di recitazione. Sono ragazzi giovanissimi, con una filmografia corta ma con due… talenti grossi così!».
