La lungimiranza con cui John Lasseter ha messo mano in questi ultimi anni alla linea editoriale dell’animazione Disney merita un applauso, per lo meno dai reparti marketing di tutto il mondo: Big Hero 6 manda in soffitta in un colpo solo Hercules, Pocahontas e compagnia, spingendo la casa di Topolino in area Marvel, tra supereroi e gadgettistica, allungando la mano al mondo dei nerd con un film perfetto per vendere pupazzetti e statuine, e stimolare l’artigianato dei cosplayer. E legandosi per di più a un immaginario hi-tech transnazionale (il film è ambientato a “San Fransokyo”, e alcuni dei personaggi hanno tratti vagamente orientali) che pareggia l’appeal del film nei confronti dell’audience estremo-asiatica.

In questa versione teen-animata degli Avengers – il pubblico d’elezione mi sembra quello tra gli 8 e i 15 anni – Hiro, un bambino inventore, crea dei microrobot magnetici capaci di assemblarsi in qualsiasi forma sotto guida telepatica. Colpito da un grave lutto, cerca di affrontare la perdita mettendosi alle calcagna di un misterioso criminale che indossa una maschera da teatro kabuki e ha rubato la sua creazione per sfruttarla a fini distruttivi. Al suo fianco una squadra di scienziati-ragazzini, a cui Hiro dona dei costumi dotati di superpoteri, e il “coccoloso” robot-medico Baymax, la cui animazione è la carta vincente del film, nel senso che il rivoluzionario design del personaggio (è lento!) lo aggancia efficacemente sia al pubblico dei più piccoli (che in sala esultano ogni volta che compare) che a quello degli adulti (che se la ridono spesso e volentieri).

Detto delle ragioni del marketing e che siamo pur sempre in quel grande catino dell’animazione americana in cui persone e cose si muovono sullo schermo a velocità supersonica (tanto che Baymax risulta in seconda lettura quasi una forma di “auto-satira”), scatenando sullo spettatore un bombardamento di stimoli che allena più i riflessi del pensiero, Big Hero 6 ha però dalla sua pregi non proprio comuni: una storia che ruota attorno alla morte di una persona cara, e quindi un tema rischioso come l’elaborazione del lutto; e una narrazione ordinata, con un capo e una coda e perfino un vero twist, doti queste che si dovrebbero dare per scontate e invece sono sempre più rare.

Se come Frozen sarà un grande successo, questa new wave Disney dei ragazzini con superpoteri e superproblemi in famiglia, impegnati a gestire grandi responsabilità e scelte formative in assenza delle figure genitoriali, potrebbe generare un’intera scuderia di nuovi e remunerativissmi brand.

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