Se siete tra i fan accaniti delle saghe di Rocky e Creed, c’è una serie su Netflix che potrebbe sorprendervi più del previsto. Si tratta di I Segugi (Bloodhounds), un action thriller sudcoreano che, nel giro di due stagioni, è riuscito a ritagliarsi uno spazio ben preciso tra le produzioni dedicate al mondo del pugilato.
A prima vista, potrebbe sembrare un racconto lontano dalle atmosfere più classiche del cinema sportivo occidentale. E in effetti lo è, almeno in parte. Tuttavia, scavando sotto la superficie, si scopre che la serie condivide molti degli elementi che hanno reso iconici Rocky e Creed: il racconto di un protagonista che parte svantaggiato, la lotta per affermarsi e, soprattutto, la determinazione a non arrendersi mai.
Il cuore della storia è Gun-woo, un giovane pugile con talento e ambizione, deciso a costruirsi un futuro nel mondo della boxe. Tuttavia, il suo percorso prende rapidamente una piega diversa quando si trova coinvolto in una rete criminale fatta di strozzini e violenza. Da quel momento, il ring smette di essere l’unico campo di battaglia: la sopravvivenza diventa una sfida quotidiana.
Ed è proprio a partire da questo innesco che I Segugi trova la sua identità. Se Rocky e Creed raccontano il pugilato come disciplina sportiva e come percorso personale, la serie Netflix lo trasforma in una metafora ancora più brutale. Ogni scontro, dentro e fuori dal ring, diventa una questione di resistenza, di adattamento e di forza di volontà.
Pur non puntando su un realismo rigoroso, la serie costruisce sequenze d’azione estremamente coinvolgenti, grazie a una regia dinamica e a coreografie curate nei dettagli. Combattimenti credibili si alternano a momenti più spettacolari, talvolta quasi sopra le righe, ma sempre efficaci nel mantenere alta la tensione. Questa scelta deriva anche dalle origini del progetto, tratto da un webtoon, e si riflette in una narrazione che non ha paura di spingersi oltre i limiti del plausibile. Eppure, nonostante qualche licenza narrativa, la serie riesce a restare coinvolgente proprio grazie alla sua energia e al ritmo serrato.
Il rapporto tra Gun-woo e Woo-jin, in particolare, ricorda quello tra Adonis e Rocky, anche se viene sviluppato con una sensibilità diversa, più contemporanea e meno legata alla tradizione del mentore classico. È una dinamica che aggiunge profondità emotiva alla storia e rafforza il coinvolgimento dello spettatore.
La seconda stagione, in particolare, segna un passo avanti significativo. La narrazione si fa più compatta, i conflitti più intensi e l’azione ancora più presente: ogni episodio costruisce una tensione crescente, spesso culminando in sequenze di combattimento spettacolari e ben orchestrate. Anche l’introduzione di nuovi antagonisti contribuisce a rendere la storia più articolata e imprevedibile.
Non si tratta, quindi, di una semplice serie sul pugilato: I Segugi è prima di tutto un thriller d’azione che utilizza la boxe come punto di partenza per raccontare una storia più ampia, fatta di sacrificio, amicizia e resistenza. È proprio questa combinazione a renderla così efficace. Definirla un sostituto di Rocky o Creed sarebbe forse riduttivo, ma è indubbio che chi ama quel tipo di storie troverà qui qualcosa di familiare, reinterpretato però in una chiave più dura e contemporanea.
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