Il 10 Agosto 2017 ai Mondiali di Atletica Leggera di Londra, l’uomo più veloce mai apparso sulla faccia della Terra, il Flash dei mortali, ovvero Usain Bolt, vincitore di 9 medaglie d’oro in 3 Olimpiadi consecutive e sfracellatore di record, correrà la sua ultima gara. Cosa farà questo corridore straordinario che ha rivoluzionato il mondo dell’Atletica leggera al termine della sua carriera? «Mi divertirò, mangerò junk food e mi prenderò una lunga vacanza».

Il ritiro dalle gare Bolt lo ha annunciato dopo il trionfo di 3 mesi fa a Rio 2016. E il desiderio di fondo di questo titano dello sport è stato espresso in modo molto semplice. Ha raggiunto il vertice, non ha più nulla da dimostrare e ora vuole tornare ad avere una vita da uomo comune. Una vita da impiegato in giacca e cravatta a Kingston, in Giamaica, che è già iniziata da qualche mese.

È proprio Bolt a ribadirlo più e più volte nel documentario I am Bolt, che esce oggi in Dvd in Italia per Universal Pictures Home Entertainment Italia. Dopo 15 anni da supercampione, l’ancora giovane Usain – ha 30 anni appena compiuti – vuole posare i piedi per terra, permettersi di ingrassare, di camminare senza fretta…

Nel documentario ripercorriamo con lui sprazzi di vita e carriera, con vari flashback e flashforward, grazie ai documenti d’archivio e alle riprese fatte ad hoc dal regista, che racconta l’atleta e l’uomo. I am Bolt racconta del trionfo di Bolt dai Mondiali Under 20, fino a Pechino (dove sbriciolò i record mondiali di 100 e 200 metri) per arrivare a Rio, passando per la sconfitta ai Mondiali del 2007 e alla difficile vittoria a quelli del 2015.

Il documentario ricostruisce anche il prezioso entourage che sostiene l’altleta come una piccola famiglia. Su tutti spicca il simpaticissimo Glenn Mills, il suo coach, quasi un secondo padre, che però sulla pista dal ragazzo pretende il massimo. È lui che, nonostanza la discreta stazza, gli ha insegnato a scattare ma rimanendo fluido; è lui che ha dettato i ritmi della riabilitazione dopo ogni incidente o slogatura. È lui che sa incanalare e imbrigliare quel travolgente entusiasmo giamaicano che potrebbe disperdersi tra scorrazzate in quad e nottate in disco innaffiate di alcol. C’è poi il miglior amico d’infanzia diventato un fedelissimo manager capace di captare ogni umore e di servire il consiglio giusto a ogni occasione. E altre figure corollarie che hanno contribuito in sinergia all’ascesa di questo incredibile campione.

Il documentario non costruisce un’aura di santità attorno a Bolt e non cerca di renderlo più interessante o misterioso. Non ha voluto mai essere un politico o un rivoluzionario. In cima alla sua lista dei desideri c’era quello di affrancare i suoi e se stesso dalla povertà, perché è un ragazzo attaccatissimo alla famiglia. Solo quando è in pista si trasforma, diventa un “Übermensch”, un superuomo le cui scarpette fanno scintille sulla pista, ma non ha mai sognato altro oltre allo sport e a godersi la vita ora che è diventato una leggenda al pari di Pelè o Michael Jordan. I suoi due scopi principali sono stati sempre e solo quelli di dimostrare al mondo di essere il più forte e di far divertire le persone regalando loro un sorriso in meno di 9 secondi. La ricetta perfetta per diventare un’icona amata da tutti.

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