«Ho deciso di girare un film di gangster perché era l’unico modo per liberarmi di tutte quelle str***ate tipo “i valori della famiglia” o “inseguire il sogno americano”». Perché il sogno americano è collassato, morto, schiacciato sotto il peso dell’avidità e del profitto a tutti i costi. Fatto a pezzi da «un popolo di persone sempre in cerca di soldi, senza una vaga idea di quanti siano infelici, che detestano il proprio lavoro e si anestetizzano con droga, sesso e alcool». Un popolo che, nella ricerca costante del soldo facile – una ricerca «basata sul gioco d’azzardo e provocata da una mancata regolamentazione» – ha trascinato l’economia occidentale in un baratro del quale non si vede il fondo. E di fronte a un disastro di queste proporzioni cosa rimane da fare, se non «trovare il modo per far ridere della crisi economica che ha portato il mondo sull’orlo del disastro»?

NEMICI PUBBLICI
Andrew Dominik è un uomo coraggioso: sue sono le parole citate, suo è l’intento di prendere la cronaca e trasformarla in metafora, di raccontare l’America di oggi, e l’intero sistema capitalista, come fosse un regolamento di conti tra biscazzieri da quattro soldi. Sua è la mano che ha firmato Cogan – Killing Them Softly, poche decine di milioni di dollari di budget, un cast di professionisti della malavita al cinema con, ciliegina sulla torta, una superstar hollywoodiana (Brad Pitt) che recita, produce e come sempre ruba la scena. Un film di gangster come tanti e come nessuno, che (come tanti) racconta di un colpo finito male e di un killer che deve raddrizzare le cose, e che (come nessuno) vuole andare a scavare oltre la superficie di violenza stilizzata, per puntare il dito – o forse infilarlo nella piaga – contro un intero sistema. Un atto di coraggio per un regista neozelandese giunto al suo terzo film e ancora in cerca della consacrazione del botteghino. I film migliori sono quelli di cui si continua a parlare a cinquant’anni dalla loro uscita, oppure quelli figli del loro tempo, che nascono e muoiono insieme a quel che raccontano? Pensatela come volete: Cogan è l’una e l’altra cosa. E incidentalmente è anche il capofila della rinascita di un genere, il gangster movie, che periodicamente, nei momenti di crisi, rialza la testa e prende per mano l’intera industria cinematografica, trascinandola fuori dalle secche e intanto prendendola a schiaffi (e noi con lei) e puntandole alla testa il dito, la pistola, il fucile. Per costringerla a confessare.
Prima di cominciare, però, permetteteci una precisazione: forse parlare di “rinascita” per un genere che non ha mai smesso di sfornare piccoli o grandi capolavori suona esagerato. Solo nell’ultimo decennio, e solo per citarne alcuni, il maestro Scorsese ci ha regalato The Departed (che pure era il remake dell’hongkongiano Infernal Affairs), Christopher Nolan ha sporcato la trama del suo Cavaliere oscuro di intrighi a base di gangster e l’astro nascente Nicolas Winding Refn ha ribaltato gli stilemi del genere con la trilogia di Pusher prima e con il cult Drive poi. I gangster movie non sono mai morti, né hanno mai conosciuto momenti di stanca. Ma nella sua purezza – niente crossover con i fumetti né con generi “altri”, solo crimini, crimini, crimini – Cogan vuol essere, forse è, qualcosa di più. […]


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