La seconda parte della quarta stagione di Bridgerton, disponibile su Netflix dal 26 febbraio, ha riportato la serie al centro del dibattito. Il nuovo capitolo, dedicato alla storia d’amore tra Benedict Bridgerton e Sophie Baek, è stato accolto in modo più positivo rispetto alla stagione precedente, ma ha anche evidenziato con maggiore chiarezza un problema strutturale che accompagna lo show fin dai suoi esordi.
Fin dall’inizio, Bridgerton si è presentata come una serie romance a struttura antologica: ogni stagione segue uno dei fratelli Bridgerton nel suo percorso verso l’amore, adattando i romanzi di Julia Quinn. Tuttavia, a differenza dei libri, l’adattamento Netflix ha scelto di ampliare il respiro narrativo, trasformando la famiglia Bridgerton nel vero cuore pulsante della storia. Non solo il protagonista di turno, dunque, ma un intero nucleo familiare caratterizzato da dinamiche affettive forti, dialoghi brillanti e un senso di unità costante. Ed è proprio questa scelta a rendere oggi più evidente la criticità emersa nella quarta stagione.
Con un cast così ampio e con otto fratelli da gestire, la serie si trova inevitabilmente a fare i conti con disponibilità contrattuali e impegni degli attori. Già dopo la prima stagione, l’uscita di scena di Regé-Jean Page aveva segnato un punto di svolta. L’assenza di Daphne e del Duca di Hastings era stata in parte ammortizzata nelle stagioni successive, ma nella quarta stagione la mancanza di alcuni membri chiave della famiglia risulta più evidente che mai.
Il problema non è soltanto legato alla nostalgia dei fan. È una questione di coerenza narrativa. Bridgerton ha costruito per quattro stagioni un’immagine molto precisa della famiglia: unita, presente nei momenti cruciali, pronta a sostenersi nelle difficoltà. Quando eventi importanti coinvolgono uno dei fratelli e alcuni membri della famiglia non sono presenti, si crea una frattura tra ciò che la serie racconta e ciò che effettivamente mostra.
Nella quarta stagione, in particolare, l’assenza di Daphne si avverte in modo significativo. Il suo ruolo di sorella maggiore, il legame profondo con la madre Violet e l’esperienza personale vissuta nelle stagioni precedenti avrebbero potuto arricchire momenti emotivamente complessi. La mancanza di questa prospettiva non compromette la trama principale, ma riduce la forza collettiva che aveva reso le prime stagioni così coinvolgenti.
Va detto che la produzione non aveva previsto, all’inizio, un successo globale di tali proporzioni. La prima stagione si è trasformata in un fenomeno internazionale, e i contratti iniziali non obbligavano tutti gli attori a un ritorno costante negli anni successivi. La showrunner Jess Brownell ha spiegato che riportare un personaggio solo per una breve apparizione simbolica potrebbe risultare artificiale. Tuttavia, la presenza – anche limitata – di altri protagonisti delle stagioni precedenti dimostra che un compromesso è possibile.
La forza di Bridgerton non sta soltanto nelle singole storie d’amore, ma nella coralità. È nel confronto tra fratelli, nelle cene di famiglia, negli scambi ironici e nei momenti di sostegno reciproco che la serie trova il suo equilibrio migliore. Quando questa dimensione viene meno, anche solo in parte, l’impianto complessivo perde compattezza.
Con il rinnovo già confermato per la quinta e la sesta stagione, Netflix ha l’opportunità di ricalibrare questo aspetto. Le prossime storie saranno dedicate ad altri fratelli, e proprio per questo diventa fondamentale preservare quella sensazione di famiglia allargata che ha contribuito al successo dello show.
Bridgerton resta uno dei titoli di punta della piattaforma, capace di rinnovarsi stagione dopo stagione. Ma la quarta stagione dimostra che, per continuare a funzionare davvero, la serie non può più ignorare l’importanza di avere tutti – o quasi – i Bridgerton nello stesso salotto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA