Non ha un nome, proprio come “one-eye”, il dio vichingo del capolavoro Valhalla Rising, che prima o poi dovrebbe uscire anche in Italia. È semplicemente “Driver”, il pilota (Ryan Gosling). Di giorno fa lo stuntman per il cinema, di notte l’autista da rapine, l’uomo che quando esci col bottino e salti in macchina ti porta fuori dalla zona calda senza fretta e senza incidenti. Shannon, il suo mentore, quello che ha scoperto il talento di Driver per il volante, decide che per far qualche soldo extra è arrivato il momento di mettere in piedi una scuderia e correre in un circuito professionale. Solo che per farlo chiede i soldi a un paio di tizi non proprio raccomandabili. E nel frattempo Driver resta incastrato in un colpo finito male…
Non è certo la storia il punto di forza del nuovo film di Nicolas Winding Refn, autore di culto per i cinefili di tutto il mondo (il Festival di Torino gli ha già dedicato una retrospettiva nel 2009) ma ancora poco conosciuto in Italia, dove al massimo si trova in dvd la trilogia di Pusher che gli aveva regalato la prima fama. Ma già il fatto che un film con una storia dozzinale come questa sia finito in concorso a Cannes dovrebbe farvi venire dei sospetti. Sospetti giusti.
Ignorate tutti quelli che vi diranno che Driver è un film violento, per ragazzini, che fa il verso a Tarantino, e via elencando. Non significa niente. Refn utilizza il cinema al massimo delle sue potenzialità espressive sulla base di una visione molto chiara, e ripetuta più volte: “Nella vita reale non sono una persona così esaltante e non credo che uno debba per forza esserlo. Penso che l’arte sia un atto di violenza, qualcosa che ti viola, ti penetra. La sessualità, l’arte e la violenza sono aggrovigliate tra loro. La violenza fisica è distruttiva, porta solo tristezza e decadenza. L’arte violenta può essere provocatoria e ispiratrice”. I suoi film sono così: violenti, provocatori e ispiratori (ma non di altra violenza: come ha detto un critico qui a Cannes, il film “ti fa venir voglia di saltare di gioia”, perché ha un’energia incontenibile, e infatti la platea continuava a sfogarla applaudendo a scena aperta). È la guerra senza la guerra, lo scontro senza il conflitto, un rito di sangue senza un capro espiatorio. Si vive in un’altra dimensione guardando i film di Refn, in un modo che è possibile spiegare solo citando altri autori, che sono Mann, Kubrick, Lynch, lo stesso Malick (che però ha un’esigenza morale e autobiografica quando racconta, che “costringe” e “trattiene”). Ti batte, letteralmente, il cuore, perché non sei preparato a gestire quel che vedi, e nemmeno lo vuoi fare. Non c’è politica, se non la politica delle immagini, e non c’è messaggio, perché i messaggi hanno a che fare con la contemporaneità mentre qui si lavora direttamente nella dimensione a-temporale del mito.
E comunque tutte queste chiacchiere servono a poco. Non ci sarebbe bisogno di nulla, se non “andate a vederlo”. Al di là di qualsiasi interpretazione, infatti, in Drive c’è tutto quello che si può richiedere a un film: scenografie da urlo, una colonna sonora bellissima, un uso sorprendente ed espressivo delle luci, soluzioni registiche originali (con la più belle scena di rapina che io abbia visto da anni, ancora prima dei titoli di testa), romanticismo disperato, coraggio senza compromessi, violenza brutale, righe di dialogo da mandare a memoria per scherzarci con gli amici, attori perfetti (Ron “Sons of anarchy” Perlman, Albert Brooks, Carey Mulligan). Ci sono i cattivi cattivissimi, e le donne che ti fanno innamorare al primo sguardo. Ci si pugnala al sole, nella polvere, in un parcheggio. E di notte, la città, sembra una cattedrale.

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