Chi non conosce l’uomo ma solo i suoi film si aspetterebbe di incontrare una persona turbata, profonda, depressa, schiva. La verità è che Lars von Trier è animato da un’insospettabile vis comica, che è anche (e soprattutto) la sua miglior arma di difesa rispetto a una condizione psicologica dichiaratamente difficile. Nel giorno della presentazione di Melancholia («sono felice del mio film: la Palma d’Oro sarà mia!» ha scherzato il regista, già vincitore a Cannes con Dancer in the Dark) ha abilmente dribblato le domande dei giornalisti, preferendo “intrattenerli” con una raffica di gag e battute che, come le sue pellicole, hanno avuto un effetto spiazzante e controverso.

«In effetti Melancholia doveva essere una commedia. Ci ho provato, ma alla fine mi è venuto così. Comunque non voglio parlare di Melancholia, ma del mio prossimo film: un porno con Kirsten Dunst. Durerà 3 o 4 ore». Fino ad arrivare – rispondendo a una domanda sulla sua curiosità nei confronti dell’estetica nazista e sulle sue radici tedesche – a una dichiarazione che farà discutere: «Capisco Hitler. Per molto tempo ho creduto di essere ebreo ed ero felice; poi ho scoperto che la mia famiglia era tedesca. Ovviamente sono a favore degli ebrei e non nego che Hitler abbia fatto del male, ma penso di capirlo come uomo. A volte lo immagino seduto nel suo bunker…». Una sparata un po’ troppo grossa nella quale lo stesso regista si è trovato intrappolato: «Adesso come ne esco? Forse potrei inventare una soluzione finale con i giornalisti» ha sdrammatizzato. Ritornando al film, ha commentato: «È stato un vero piacere e un divertimento girarlo. Ma abbiamo voluto inserire molti brani di Wagner nella colonna sonora che hanno reso tutto iper-romantico; quando ho visto le prime immagini, in effetti, ho provato una certa distanza, quasi repulsione. Non lo so, forse è una stronzata. Ma ovviamente spero di no». E a chi gli ha chiesto come mai un film sulla fine del mondo, von Trier ha risposto: «Per me non è un film sulla fine del mondo ma sullo stato della mia mente, avendo attraversato diversi momenti di depressione. Ora sto meglio, ho anche smesso di bere. Anche Kirsten ha avuto un’esperienza simile (“potevo confessarlo? Se no, perdonami” ha detto rivolgendosi alla sua nuova musa ispiratrice) e lei è stata bravissima. Perfetta».

Kirsten Dunst, la (co)protagonista di Melancholia, si  è detta molto onorata di aver potuto lavorare con un «regista unico, capace di dipingere in maniera così forte le donne. Ho affrontato l’esperienza con apertura e fiducia, scoprendo che Lars è un buon amico. L’intimità che è riuscito a creare sul set mi ha portato ad essere fin da subito molto coinvolta e vulnerabile dal punto di vista emotivo». «Per me è stato lo stesso» la ha fatto eco Charlotte Gainsbourg, che nel film interpreta la sorella della Dunst e che aveva già lavorato con il regista danese in Antichrist. «È stato un lavoro diverso, ma sempre nella stessa direzione; mi ha dato la possibilità di entrare in due personaggi meravigliosi che ho potuto e dovuto esplorare io, visto che lui non hai mai risposto a nessuna delle mie domande sulla sceneggiatura. Lars ti lascia molta libertà».

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