Il concorso di Cannes 2011 conferma la propria vocazione per le tematiche forti e perturbanti, continuando a scavare sotto la crosta della cronaca nera, quella presentata da TG e programmi di approfondimento con tutti i confortanti ammennicoli dell’intrattenimento domestico serale. Il tema di Michael – come in Polisse e, in parte, in Sleeping Beauty – è la pedofilia. Ma se il film francese è stato accusato da qualcuno di avere un approccio troppo leggero al tema, mentre quello inglese è apparso a molti pretenziosamente intellettuale, nessuna delle due accuse può essere mossa a Michael, durante il quale qualsiasi “alleggerimento” è fuori discussione. Il regista è stato a lungo collaboratore di Haneke, e il legame è evidente: per raccontare la storia di un piccolo impiegato che tiene chiuso in cantina per settimane un ragazzino di cui abusa sessualmente, Markus Schleinzer  usa precisamente la messa in scena cruda e realista che ha reso celebre il regista di Funny Games, evitando qualsiasi commento sonoro (fatta eccezione per un ronzio elettrico, ogni volta che l’uomo entra nella stanza del bambino) e facendo esplodere il disagio dei protagonisti all’improvviso, come il tappo di una bottiglia a lungo agitata, o un quadro che si stacca dalla parete. E sempre secondo l’insegnamento di Haneke, in Michael la violenza “fisica” resta fuori scena, evitando qualsiasi voyeurismo e aggravando il carico psicologico sullo spettatore. Che resta congelato per 90 minuti in un rapporto tra un uomo di 35 anni e un bambino di 10, che si origina da un bisogno sessuale patologico ma poi si attua in una miriade di micro-contingenze quotidiane, per prima ma non unica la violenza: dal rito della cene e delle pulizie, al gioco, passando per il taglio dei capelli e qualche sporadica visita al parco. Qui a Cannes metà della platea ha applaudito e metà ha fischiato (senza contare quelli che sono usciti prima), perché praticamente ogni cosa nel film è respingente: il tema, il volto dell’attore protagonista (Michael Fuith), la sospensione mai risolutiva di un situazione eticamente insostenibile, e soprattutto la volontà di dipingere il peggiore degli aguzzini – il peggiore per antonomasia nell’immaginario contemporaneo – con neutralità entomologica, rilevando i fatti perché accadono, in quanto accadono (vedendo il film è impossibile non pensare ai casi Natascha e Fritzl, entrambi accaduti proprio in Austria, dove Michael è stato girato). Un’opera assolutamente non per tutti e doverosamente discutibile, ma con la quale non mi sembra inutile confrontarsi e confrontare le reazioni.

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