Breve premessa. Cannes ama Nuri Bilge Ceylan (e viceversa). Un’affermazione forte ma anche abbastanza evidente, considerato che dei sette film del regista turco (se si include anche il corto Koza), cinque sono passati dal Festival di Cannes, tre (Uzak,I climi, Le tre scimmie) sono stati premiati (mai con il massimo riconoscimento, però)  e l’ultimo, Once upon a time in Anatolia (C’era una volta in Anatolia) domani  “rischia” di vincere la Plama d’Oro (i bookmaker lo danno favorito).
Un cinema non facile il suo, sicuramente non per tutti, ma di cui si nutrono i festival di tutto il mondo per il suo magnetismo, capace di scardinare le regole dell’azione e del tempo.
Proprio come succede con Once upon in Anatolia, un film che supera abbondantemente le due ore, dal ritmo lento e privo di azioni, giocato tutto su una sceneggiatura che alterna dialoghi illuminanti e silenzi rivelatori e sulla splendida fotografia di Gokhan Tiryaki.
Uno spettacolare tramonto nella steppa turca definisce i limiti spazio-temporali del racconto: un giallo dove è la vittima a mancare all’appello. I colpevoli, reo confessi, sono infatti noti e presenti fin dall’inizio dell’indagine e saranno loro a guidare poliziotti, procuratore e medico legale nel luogo in cui è sotterrato il cadavere, dopo una lunga notte di ricerche. Nessuna scena madre, nessun colpo di scena, nessuna azione. Tutto avviene in una notte. Tra siparietti ironici (i poliziotti che non hanno portato il lenzuolo per coprire il cadavere, il corpo che a fatica riesce entrare nel bagagliaio, l’auto che non riparte e bisogna scendere a spingere, l’incontro con il sindaco di un villaggio che li ospita nel cuore nella notte), momenti di grande poesia (le riprese del paesaggio turco) e molti silenzi, il film penetra nei personaggi, in particolare il procuratore che «assomiglia a Clark Gable» e il medico legale, svelandoci via via il loro passato, la loro umanità e soprattutto la loro solitudine (entrambi hanno perso la moglie in circostanze drammatiche).
Un film che dopo due ore e mezza lascia un finale aperto, e di cui non rimane niente, eppure tutto. La notevole interpretazione di Muhammet Uzuner e Taner Birsel, i loro sguardi, l’oscurità della notte rotta solo dalle luce dei lampi che lasciano intravedere la sagoma di un volto scolpito nelle rocce, una regia che si lascia conquistare dalla bellezza della natura e del dettaglio (la macchina da presa che indugia su una mela che rotola fino a cadere nel fiume o sulla fiamma di una lampada), una sceneggiatura capace di infondere mistero e curiosità anche nei silenzi, il ritratto di due uomini qualunque eppure universalmente immedesimabili.
«La vita in una piccola città è simile a un viaggio nel bel mezzo della steppa: la sensazione che qualcosa di nuovo e diverso stia per nascere dietro ogni collina, ma sempre, infallibilmente, percorrendo strade monotone che si snodano, spariscono e riappaiono» ha detto il regista. E questa è anche la Settima Arte secondo Ceylan: un cinema che affascina portandoci a percorrere strade che sembrano non condurci da nessuna parte eppure si rivelano una scoperta continua. Bisogna solo avere il coraggio e la pazienza di lasciarsi guidare.

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