Piccola premessa: leggendo quanto segue potreste pensare che Footnote (“nota a pié di pagina”), quinto titolo in concorso a Cannes 2011, sia un film molto molto molto noioso. Sappiate che questo dipende solo dalle limitate possibilità della mia prosa. Il film è brillantissimo.
E’ la storia del rapporto tra un padre e un figlio, entrambi israeliani, entrambi professori universitari, entrambi studiosi del Talmud (uno dei testi sacri dell’Ebraismo, composto di discussioni tra saggi intorno ai passi della Torah: la sua natura primaria è orale, non scritta, con tutti i problemi di interpretazione che ne derivano). Il genitore è un filologo meticoloso, animato da un amore per i testi sacri che sfocia in una pignoleria quasi autistica. Ha passato la vita immerso nelle biblioteche ed è stato nominato 16 volte all’Israeli Prize (il riconoscimento più ambito per uno studioso dell’Ebraismo, una specie di Nobel) ma non l’ha mai vinto. Il suo unico orgoglio è di essere stato citato appunto in un “footnote” di un volume fondamentale per la filologia ebraica, unico autore vivente ad avere questo onore. A una giornalista che lo intervista, per spiegare il suo approccio alla filologia, dice: “Se io ritrovo dei cocci antichi, li catalogo uno a uno. Invece mio figlio si inventa che facciano tutti parte dello stesso vaso e comincia a parlare di quel vaso”. Peccato che mentre lui è un uomo duro, crucciato e poco amato dai colleghi, il figlio è considerato da tutti un eccezionale luminare, e per giunta grazie a testi che lo fanno inorridire (testi sulla storia delle usanze matrimoniali, o sulle ricette tradizionali presenti nella Torah).
Piccola precisazione: tutto quello che vi ho raccontato fin qui è proposto con una regia pop e una colonna sonora da cartone animato che ricordano a tratti Il favoloso mondo di Amelie. E i dialoghi tra i protagonisti sono talmente belli, e gli attori talmente bravi, che quasi ci si commuove.
Torniamo al film. A metà del quale succede una cosa: il padre riceve una notizia magnifica e inaspettata, alla fine ha vinto l’Israeli Prize. Un’intera vita di delusioni riscattata e premiata. Peccato sia un errore di segreteria.
In realtà il premio è stato assegnato al figlio. Che viene convocato e avvisato dalla giuria (una squadra di polverosi, arcigni professori, stipati in una minuscola stanzetta). Come dirlo a papà? Di qui in poi la commedia – in teoria una commedia degli equivoci, in realtà è una tragedia sull’immutabilità del destino – prende una piega ancor più perfida, che non vi anticipiamo nel caso dovesse capitarvi di vedere il film.
Quel che vi anticipiamo è che di rado abbiamo visto un film che rifletta sulla difficoltà di comunicazione inter-generazionale e su quanto sia complicato dare un senso alla propria vita, anche quando la si è vissuta in piena armonia con la propria coscienza, come questo. Ed è pure divertente, del divertimento masochistico e paradossale che è tipico della cultura yiddish (da Woody Allen in giù). Speriamo qualcuno lo distribuisca in Italia.

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