Che succede a Parigi, quando scocca la Mezzanotte? Succede che se vi siete persi tra i vicoli della città e sedete sconsolati sui gradini di una chiesa, un auto potrebbe invitarvi a salire e portarvi… negli anni Venti. L’Age d’Or della capitale francese, un’epoca in cui nei caffè sulle due rive della Senna potevi incontrare Cole Porter e Scott Fitzgerald, Pablo Picasso ed T.S.Eliot, Salvador Dalì e Luis Bunuel. È quello che accade a Gil (Owen Wilson), sceneggiatore hollywoodiano frustrato in cerca di una seconda carriera come romanziere, nella nuova fantasia europea di Woody Allen, Midnight in Paris. Gil è a Parigi con la fidanzata Inez (Rachel McAdams), figlia dell’alta società californiana, e con i genitori di lei. Il padre, in particolare, è un uomo d’affari che in Francia deve concludere un’importante fusione societaria, mentre la moglie gira per i negozi d’antiquariato in cerca di un pezzo di valore che possa arricchire la sua collezione. Gil e Inez dovrebbero sposarsi l’autunno a venire, ma la vacanza non fa che allargare la distanza che li separa. Mentre Gil fantastica sulle locande in cui Joyce potrebbe aver mangiato delle salsicce e si concede lunghe passeggiate nostalgiche sotto la pioggia, in cerca d’ispirazione, Inez accompagna la madre a fare shopping. Senza contare Paul (Micheal Sheen), intellettuale inglese a Parigi per tenere una lezione alla Sorbona ed ex fiamma di Inez, che non perde occasione per esibire la propria cultura e il proprio savoir faire durante una serie di visite museali (Versailles, l’Orangerie, il Louvre). In fuga da una vacanza (e da una vita) che lo soffocano, Gil si ritrova all’improvviso in quegli anni Venti vagheggiati tanto a lungo nelle sue fantasie. Dove a dargli consigli di scrittura sono Ernest Hemingway e Gertrude Stein, dove a cena ti ritrovi accanto Toulouse Lautrec, e dove finirai per prenderti una cotta micidiale per Adriana (Marion Cotillard), francese di Bordeaux, venuta a Parigi per studiare la moda con Coco Chanel e poi diventata musa e amante dei più grandi pittori dell’epoca (Modigliani, Braque, Picasso).
Woody Allen usa Parigi esattamente come fece quarant’anni fa con Manhattan, ovvero con l’occhio dell’innamorato che anche quando vive nei luoghi del suo desiderio percepisce se stesso altrove (in un altro tempo e in un altro luogo), e attraverso quella falsa distanza costruisce lo sguardo poetico. La capitale – i suoi paesaggi, i suoi monumenti, la sua storia – non sono solo lo sfondo del racconto, ma l’espressione di uno stato d’animo, quello del protagonista e quello del regista. Che evidentemente, considerandosi un autore di talento ma non un’artista (“non sono Kurosawa o Fellini”, dice in conferenza stampa, “il ritratto dei personaggi celebri non cerca la profondità o l’introspezione, ma lo sketch”), rimpiange – attraverso Parigi e attraverso i grandi personaggi che l’hanno abitata in passato – ciò che manca alla sua ispirazione.  E tuttavia il tono non è mai pedante (anzi, l’approccio accademico è continuamente irriso attraverso il personaggio di Micheal Sheen): la commedia è romantica, ben educata, a tratti farsesca, ma l’equilibrio tra divertissemant colto e recita in maschera (con tante grandi star nei ruoli di contorno – da Brody/Dalì a Hiddleston/Fitgerald, passando per Bates/Stein) regge e intrattiene, senza diventare mai auto-indulgente. Su un piano meno autorefenziale, poi, Midnight in Paris è un ritratto del rapporto simbiotico tra passato e presente, rapporto che nelle grandi capitali della cultura è molto più evidente che altrove: il passato non passa, è una condizione del presente, e – in qualunque epoca si viva – l’Eta dell’Oro l’avremo sempre alle spalle (il Gauguin incontrato da Gil avrebbe voluto vivere il Rinascimento, Adriana il 1890). Come a dire che il rimpianto è la condizione stessa del nostro immaginare.

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