«Sarò banale, ma è stata un’esperienza unica e indimenticabile, che spero di poter ripetere» ha detto un emozionato e teso Paolo Sorrentino, oggi protagonista a Cannes, dove presenta This Must Be The Place. Pochi sorrisi e qualche dichiarazione scaramantica: «Non penso alla Palma d’Oro. Per me è già un successo poter presentare il film. Nella pellicola a un certo punto si dice che nella vita probabilmente c’è almeno un momento in cui non si prova alcuna paura. Per me non è così: ho sempre paura di qualcosa». «Io gli auguro di vincere, perché un gran film» sono state le parole di Sean Penn, colonna portante di una storia che racconta il viaggio di una ex rockstar già in pensione ma non ancora adulta, e soprattutto di un figlio che tenta di realizzare l’ultimo desiderio del padre defunto: vendicarsi di un criminale nazista da cui era stato umiliato. Sulle note composte da David Byrne, che nel film compare anche in un cameo («mi servivano delle canzoni composte narrativamente da ragazzi di 18 anni ed essendo David un musicista poliedrico si è divertito all’idea di comporre come se fosse un diciottenne»).

No, non è una leggenda. Sean Penn e Paolo Sorrentino si sono conosciuti proprio sulla Croisette, tre anni fa, quando il regista italiano ha vinto il premio della giuria per Il Divo e il divo americano (perdonate il gioco di parole) era presidente di giuria. «Siamo capitati vicini nella foto di gruppo durante la cerimonia finale e io ho detto a Paolo che mi sarebbe piaciuto lavorare con lui. Quando mi ha mandato questa sceneggiatura, ho detto sì immediatamente», ha esordito Penn. «Abbiamo parlato a lungo del mio personaggio durante la lavorazione, della sua depressione e della sua fisicità. Paolo aveva le idee molto chiare su Cheyenne (questo il nome del protagonista, ndr) ed è stato un piacere lavorare con lui, lasciarsi guidare da lui, senza quella presunzione che è tipica di noi attori. Il cinema di Sorrentino è molto originale e lui un maestro che mi ha molto ispirato».

«Ero eccitato come un bambino, perché per me era un mondo tutto nuovo, il luogo cinematografico per eccellenza. Ed essendo abituato all’Italia, lì è stato tutto molto facile» ha detto il regista, che si è anche soffermato sulla genesi di questo progetto, condiviso e costruito insieme allo sceneggiatore e amico Umberto Contarello. «Avevo ben in mente queste due storie: da una parte quella di un ex criminale nazista e dell’altra quella di un cinquantenne rimasto bambino, che poi concretamente si è incarnato in una ex rockstar. E cercavo un modo di fare interagire questi due personaggi. Un giorno ho raccontato a Umberto questa mia idea e da lì abbiamo iniziato a scrivere come se fosse la cosa più naturale del mondo. Siamo amici da molto tempo e soprattutto siamo legati da una comune passione per gli Stati Uniti e il viaggio». Contrariamente a quanto ipotizzato da molti giornalisti, il regista ha spiegato che non ci sono state evidenti fonti di ispirazione o citazioni volute nel film, «però è chiaro che quando si costruisce una storia quasi inconsciamente vengono fuori certe influenze culturali interiorizzate nel corso della vita. Io non mi sono ispirato al cinema di Wim Wenders né abbiamo voluto ricordare Ozzy Osbourne con la figura di Cheyenne, però può essere che qualcuno intraveda delle similitudini. Così come c’è una certa somiglianza tra il Divo e Cheyenne per il fatto che sono due persone atipiche, ma non per questo delle caricature. Anzi, uno è reale e l’altro potrebbe tranquillamente esserlo. L’eccezionalità di certi personaggi: questo mi piace raccontare al cinema» (Foto Getty Images)

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