È finzione ma, come viene dichiarato fin dall’inizio di Polisse, tutte le storie raccontate sono pescate dalla realtà. E purtroppo i protagonisti, o meglio le vittime, sono sempre piccole creature che subiscono abusi da parte di figure adulte, nella maggior parte dei casi dentro le mura domestiche. Maïwenn Le Besco (in arte solo Maïwenn), qui nella triplice veste di sceneggiatrice, attrice e regista, porta sullo schermo la vita e la passione per il proprio lavoro dell’unità della polizia di Parigi addetta alla protezione dell’infanzia e alla “lotta” alla pedofilia. E lo fa – nel rispetto della verità delle storie raccontate – scegliendo uno stile documentaristico, per nulla romanzato o patetico, con la consapevolezza di chi sa che basta semplicemente smascherare il lato oscuro dell’umanità per colpire lo spettatore. Il film segue i protagonisti sia sul lavoro sia nella vita privata (spesso ancor più dura e difficile da gestire del lavoro stesso), tra interrogatori, pianti, separazioni, figli che vengono contesi dai genitori, disturbi alimentari, tensioni, litigi assortiti e amori che nascono (come quello tra Fred, il poliziotto più sensibile e al contempo irascibile del gruppo, e Melissa – interpretata dalla regista – una fotografa a cui il Ministero degli Interni ha commissionato una documentazione del lavoro dell’unità). Tanti i casi presi in esame (il film si presta a una trasposizione su piccolo schermo come fiction tv), grazie ai quali di volta in volta viene svelata anche l’identità dei poliziotti, ciascuno caratterizzato e raccontato in modo interessante. L’unico personaggio che rimane solo accennato e di fatto risulta inutile nell’economia della storia (il suo è più un cameo) è quello interpretato da Riccardo Scamarcio, alias l’ex compagno della fotografa Melissa e padre delle sue due figlie.
Un film disturbante, perché non è facile accettare l’idea che l’innocenza di un bambino possa essere così crudelmente violata da chi invece dovrebbe proteggerla, ma costruito in modo convincente e toccante, che si perde solo sul finale: un po’ troppo forzato e quasi ingiustificato rispetto a un racconto che fino a quel momento si era mantenuto equilibrato e sincero.

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