C’è qualcosa che unisce tre grandi registi passati quest’anno in concorso a Cannes – Terrence Malick, Nicolas Winding Refn e il nostro Paolo Sorrentino – ed è la volontà di rendere unica ogni inquadratura, di girare film in cui non ci siano scene di raccordo, o, se ci sono, abbiano comunque un look unico (grazie a un abbinamento di colori, a un particolare nella scenografia, a un gioco di luci, o al semplice fatto che l’obiettivo della macchina da presa è puntato dove non ti aspetteresti). Il rischio è naturalmente un sovraccarico di stimoli che toglie energia al film invece di aumentarla, ma nel caso di Sorrentino, come in quelli di Malick e Refn, il rischio sembra aggirato. E ci sono stati molti applausi, sia alla proiezione stampa che a quella per il pubblico.
This must be the place, come ormai noto, racconta la storia di Cheyenne, un rocker cinquantenne (Sean Penn) che ha abbandonato le scene, e passa le giornate in mutande nel suo castello irlandese, in compagnia della moglie (Frances McDormand, che sembra sempre dentro un film dei Coen). Nonostante questo non riesce a liberarsi del suo personaggio, e tutte le mattine provvede ad acconciarsi i capelli e cerchiarsi gli occhi come un bizzarro incrocio di Ozzy Osbourne ed Edward Mani di Forbice. A parte questo, ribalta tutte la più ovvie convenzioni del rocker maledetto: sposato da 35 anni con la stessa donna (che fa il pompiere!), è infantile, pacifico, fedele e rassegnato a girare per centri commerciali e supermercati se c’è da fare la spesa. Tutta questa normalità, però, fa rima con apatia: “Credo di essere depresso” dice alla moglie una sera, subito dopo averle fatto un “lavoretto” sotto le coperte. E depresso, anzi fallito, confessa di sentirsi pure all’amico David Byrne (che ha composto tutta la colonna sonora, e a cui Sorrentino dedica in cambio una lunghissima sequenza musicale da vero innamorato), dopo aver assistito a un suo concerto. L’occasione della svolta arriva insieme a una telefonata: suo padre, a New York, sta morendo. Cheyenne attraversa l’oceano, e al capezzale scopre che il genitore aveva passato tutta la vita cercando di vendicarsi dell’umiliazione subita da un aguzzino ad Aushwitz. Di che umiliazione si tratti lo scopriremo poi, perché a questo punto Cheyenne decide di restarci, negli Usa, e di mettersi in viaggio su di un SUV alla ricerca dell’uomo, nascosto da qualche parte tra le montagne dello Utah.
Dopo l’incipit sonnacchioso in Irlanda, il film diventa così un road movie stracolmo di musica, per lo più ballate rock che spezzano il cuore. Tra queste anche la title track This must be the place (cercate il testo in rete e capirete la scelta) che, come spiega il protagonista a un bimbo che chiede di suonargliela, “non è un pezzo degli Arcade Fire” (è dei Talking Heads, quelli di Byrne). E come nel più classico dei road movie, il senso del viaggio non è né nella partenza, né nell’arrivo (anche se il finale c’è, ed è forte) ma in quello che sta nel mezzo. Tra cui una cameriera dagli splendidi capelli rossi (ma niente sesso, “non posso, sono sposato”), l’uomo che ha inventato il trolley e una fulminante partita a ping pong.
Cinematograficamente ricchissimo e con un’anima stralunata, This must be the place è appunto un film stracolmo, al punto di perdere le misure. E tuttavia all’interno di una cinematografia e di un immaginario smagriti come i nostri, questi trenta milioni – Sean Penn, l’America e David Byrne compresi – sembrano proprio ben spesi.

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