Northfolk, Virginia, Anni ’20: la contea più fradicia del mondo. Fradicia d’alcool, come quello che spacciano clandestinamente, in pieno Proibizionismo, i tre fratelli Bondurant. Howard (Jason Clarke), reduce di guerra, grosso come un toro e incontrollabile se per due giorni non tocca la bottiglia. Forrest (Tom Hardy), l’immortale, sopravvissuto a un’epidemia influenzale quand’era ragazzo e a una gola tagliata da orecchio a orecchio dieci anni dopo. E Jack (Shia LeBoeuf), smilzo e vanitoso, per il quale spacciare liquore è il sistema più veloce per comprarsi bei vestiti e un auto alla moda. Tutto fila liscio, fino a che da Chicago non arriva il vice-sceriffo Charlie Rakes (Guy Pierce, con le sopracciglia rasate per sembrare più bastardo), abituato a scornarsi con Al Capone e poco disposto a scendere a patti con un branco di bifolchi: da oggi, o pagate il pizzo o finisce male. Finisce male, e poi sempre peggio. Mentre il sangue riempie gli acquitrini, le donne restano a guardare: Maggie (Jessica Chastain) – bellissima e distante – che manda avanti una tavola calda per Forrest e sa (e fa) sempre più di quel che dice; e Bertha (Mia Wasikowska), passione segreta di Jack, figlia di predicatori castigata ma non insensibile al fascino della feccia.

Diretto dall’australiano John Hillcoat e scritto da Nick Cave (insieme avevano già lavorato al western La proposta) Lawless ha alle spalle un libro di culto, La contea più fradicia del mondo, scritto da Bondurant Jeff, ovvero il pronipote dei tre fratelli, realmente vissuti. Di quel libro, mantiene l’atmosfera ma disperde il senso, ovvero che il caso agisce sulla storia trasformando aneddoti e disgrazie in mitologie, e criminali senza gloria in eroi. Antiretorico (quasi nessuno muore ammazzato, e se accade lo si lascia solo intuire) e realista il romanzo (interi capitoli sono dedicati alle tecniche di distillazione clandestina del liquore), Lawless è invece un gangster movie abbastanza tradizionale, costruito sulla più classica delle esclation di violenza, tra vendette incrociate e avvertimenti mafiosi. La cosa che piace di più a Hillcoat è sporcarsi le mani mentre parla di poesia, e questa resta la sua cifra stilistica: la violenza è sempre più esplicita della tenerezza, la taglia in due. E la messa in scena dei luoghi, boschi e acquitrini, prati incolti e pompe di benzina, è potente. Eppure Storia, Mito e Cinema invece di sfolgorare, rilucono timidi, ridotti all’ovvio.

Intendiamoci, il racconto fila via che è un piacere, un cliché dopo l’altro: i Bondurant tengono il cappello ben calcato sulla fronte, le vecchie Ford hanno le portiere crivellate di buchi larghi una moneta, e l’alcool gira in barattoli sporchi peggio di una latrina. La Chastain è polvere di stelle, Hardy una montagna, e quando i due finiscono a letto (“Non sei ancora stanco di starmi a guardare?”) il cinema mette un punto, e ricomincia. Oldman ha due scene (è un gangster che compra l’alcool dai Bondurant), ma sono più che sufficienti. Nonostante questo, o forse soprattutto, rimane in aria la domanda: perché il totale è meno della somma delle parti?

Voto: 3/5

 

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