Justin Kurzel, il regista del Macbeth con Michael Fassbender e Marion Cotillard in concorso a Cannes, aveva girato qualche anno fa un thriller chiamato Snowtown, mettendo in scena la violenza in modo a tratti insostenibile, ma essenziale. Per questo vederlo associato a una delle tragedie più crudeli di Shakespeare – talmente sanguinaria da essere arrivata sullo schermo poche volte (le più famose naturalmente quelle di Welles e Polanski) – faceva sperare in un taglio frontale e senza pietà sulla storia del condottiero scozzese che, plagiato dalla sua donna, uccide il proprio Re, l’amico generale Banquo e infine la famiglia del suo maggiore alleato, il barone Mac Duff (ne brucia vivi moglie e figli piccoli…).

Il film lavora per di più sullo stesso immaginario che nel frattempo è stato sdoganato in chiave pop dal Trono di Spade (che naturalmente a Shakespeare deve molto), quello di un Medioevo imprecisato, un mondo governato dall’ossessione del potere e dalla magia, in cui ci sono streghe che predicono il futuro, fantasmi che incarnano i rimorsi, visioni. È quindi inevitabile domandarsi come si ponga il film sia rispetto ai predecessori cinematografici che alla modernità del linguaggio televisivo. La risposta è che Kurzel non avvicina nessuna delle due strade, mette invece in scena la tragedia come un catalogo fotografico, fa un lavoro gigantesco sulle luci, usa i ralenty per dare forza pittorica ai combattimenti, e gira molto in condizioni di luce incerta, alba, tramonto e crepuscolo. Ma allo stesso tempo rispetta il testo con una fedeltà che rasenta il disinteresse, o l’ora di lettere, affidandolo in toto ai primi piani dei suoi divi, onestamente dando l’impressione di non capirci granché.

E, quel che per chi scrive è peggio, fa questa scelta perché probabilmente addomesticato dalla produzione, impossibilitato a mettere in scena la crudeltà come avrebbe potuto, in un film che serve soprattutto da vetrina impegnata per i due protagonisti (esemplare la scena dell’omicidio del re, quando Kurzel sorvola sulla brutalità dell’atto con un montaggio alternato di cui sfugge il significato, musicato tra l’altro in modo invadente: fate il confronto con la scena spaventosa dello strangolamento in Snowtown). Insomma, oltre i pettorali e la barba di Fassbender, le idee sono poche e confuse, e per di più – in gran parte – scippate a Refn, soprattutto nel finale.

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