Paterson di Jim Jarmusch è in concorso a Cannes 69

Ci sono poche cose più rischiose che occuparsi di poesia quando si gira un film, o addirittura “fare” poesia, cioè inserire dentro a un film i componimenti e lo sguardo sul mondo del personaggio che li crea. La poesia difficilmente può essere materia del racconto senza sembrare fasulla, piuttosto dovrebbe esserne una conseguenza. È quindi probabile che un’idea di cinema come quella di Paterson potesse trasformarsi in un capolavoro solo nella mani di Jim Jarmusch, che del suo protagonista, questo autista di autobus che vive in una piccola città del New Jersey e in pausa pranzo scrive su un quaderno le sue poesie, ha fatto in pratica un alter ego.

L’idea di poesia di Jarmusch è contemplativa, quindi ha un corrispondente cinematografico semplice (per modo di dire), la macchina da presa cerca i dettagli – un laccio di scarpe, un pacchetto di cerini – e Paterson dal suo sedile di pilota ascolta silenzioso i discorsi di chi viaggia con lui. Questo mondo si traduce in parole che lui butta giù e noi vediamo materializzarsi sullo schermo (altra scelta rischiosa), è una costante interiore che interseca le sue giornate, la sua routine che finisce ogni sera a tavola con la fidanzata, poi due passi per portare fuori il cane, e alla fine una birra, sempre al bancone dello stesso locale – con lo stesso barista, e lo stesso attore depresso un tavolo dietro.

Alla fine che questo progetto artistico – che poi è soprattutto una predisposizione, un istinto – possa diventare non solo racconto (per quello la tecnica è sufficiente) o raccolta di aneddoti (tanti, e divertenti) ma poesia, è una scommessa, quella che Jarmusch continua a fare rifiutando di passare al cinema mainstream: dubbi compresi, paure comprese.
Per questo Paterson con il suo passo lieve, la sua meraviglia e le sue piccole afflizioni, quel po’ di ironia che non diventa mai sarcasmo e tanto meno cattiveria, mette in scena a lungo una sospensione in cui è facile rispecchiarsi: è la sospensione che attraversiamo tutti mentre proviamo a tradurci al mondo. E se la sai dire così, è già, essa stessa, poesia.

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