Personal Shopper è in concorso a Cannes69

Olivier Assayas è un regista e un intellettuale generoso, di quelli che hanno conservato il piacere del gioco cinefilo. Ha una filmografia molto varia nelle forme e nei toni, e non disdegna le incursioni nei film di genere, che usa comunque per provare a dire qualcosa del mondo, per esercitare la sua autorialità.

Gli piacciono di questi tempi le storie di fantasmi – era una storia di fantasmi anche Sils Maria -, e gli piace Kristen Stewart, per la seconda volta protagonista. Qui è Maureen, la Personal Shopper del titolo, cioè fa il giro delle boutique e degli atelier di moda scegliendo abiti e gioielli per una donna dello spettacolo (non è mai chiaro – né importante – chi sia, o cosa faccia).

Questa metà del film e del personaggio, che è in pratica lo schiavo di una celebrità, racconta di sfuggita il rapporto dei tempi con la fama, il dietro le quinte del lusso. C’è poi una questione di linguaggio, Maureen passa molto tempo con lo smartphone in mano, comunica con il fidanzato che non vede mai via Skype, praticamente non ha amicizie. Assayas ci mostra questa vita scarnificata e paradossale, dentro un lusso vuoto e che non le appartiene, senza relazioni ma con il telefono sempre addosso.

Il passo in là, quello che mette in campo i simbolismi e le doppie letture che piacciono ai critici (e di cui invece al pubblico non frega giustamente nulla), riguarda la seconda vita di Maureen, che ha la capacità di comunicare con i morti, è una medium, e passa le notti nella casa in cui è deceduto il fratello gemello (cardiopatico come lei), aspettando un segnale. I segnali arrivano, non solo presenze fantasmatiche, ma qualcuno (vivo? morto?) che la tormenta via cellulare. Poi si innesca una trama gialla che finisce nel modo più ovvio.

Questo spaesamento e questa alienazione agiscono sul corpo e sull’umore di Maureen, e si prestano a diverse interpretazioni sia letterali (chi c’è davvero dietro ai messaggi che le arrivano?), sia metaforiche (si potrebbe pensare, alla fine, che il fantasma sia lei stessa, il che chiuderebbe la questione di senso).

La forma del racconto richiama invece la grammatica d’autore del genere, le case infestate, i gialli di Dario Argento, le intersezioni tra glamour, desiderio e omicidio di De Palma, i corridoi vuoti di Lynch, gli spazi simbolici di Kubrick.

Purtroppo questo cinema dell’accumulo e dell’ambizione, si rovescia sotto le sue molte pretese: le metafore sono fiacche, la struttura di genere è impacciata, i discorsi sui media decrepiti, i rimandi cinefili stucchevoli. Fallisce due volte: irrita chi cerca solo il film, il racconto, la paura; e delude chi è interessato alle interpretazioni, ma rifiuta di accontentarsi di uno spazio simbolico, per quanto ampio, di fronte a un tale casino strutturale.

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