La fille inconnue dei fratelli Dardenne è in concorso a Cannes69

I fratelli Dardenne, nei loro film, non sono mai vissuti di colpi di scena. Dunque, perché sorprendersi se con la loro ultima fatica, La fille inconnue, non ci si sorprende? Non ci si sorprende a livello di plot point, di giochi con lo spettatore, degli artifici narrativi per cui i bambini fanno “oh”. Non sorprendiamoci, perché il film non è lì.

Certo, “Captain America” vive in un altro paese, un altro paese cinematografico, ma anche Russell Crowe e Ryan Gosling con le loro botte da orbi, o anche Almodovar. Ma questo lo sapevamo. I fratelli Dardenne, due volte Palma d’oro a Cannes, praticano un cinema scabro, che annusa le periferie, che va a piedi e non in aereo. Che conosce il respiro, il passo, l’affanno e la pesantezza dei corpi. I Dardenne pedinano i loro personaggi, come indicava Zavattini; camminano con loro, vanno in macchina con loro. Non organizzano sequenze di inseguimento a duecento all’ora, guardando dall’alto, dal punto di vista di Dio. Loro guardano dal punto di vista di un uomo. Uno che sta nella stanza, e di cui nessuno si accorge. Ma anche questo lo sapevamo.

Eppure La fille inconnue a Cannes è stato fischiato, in mezzo – per la verità – a un bel po’ di applausi. Perché? È lo stesso motivo per cui ogni giornalista che non voglia sembrare idiota dice “sì, però, che noia, sempre lo stesso Loach”. On connait la chanson. Sappiamo tutto. Fanno sempre lo stesso film. È lo stesso film, se lo guardi da molto lontano. Visti dall’Italia, dai nostri parametri fisiognomici, anche due miliardi di cinesi hanno più o meno lo stesso volto.

È tutta una questione di distanza. E forse, la distanza fra il gusto del pubblico – anche quello colto, dei festival – e il cinema dei Dardenne si è fatta sempre più grande. Un cinema senza musiche di fondo, senza una scena di seduzione, di baci, di carezze, di sesso; un cinema dove non si ride, e dove non ci sono neanche inquadrature glamour, levigate, notturni suggestivi, luci della città, ma solo una cronaca spoglia di un episodio, uno tra tanti, una piccola storia ignobile che non merita nemmeno due colonne su un giornale. Ma che cinema è?

Prime inquadrature. Un ambulatorio medico. Una dottoressa giovane, concentrata. È Adèle Haenel, l’abbiamo vista in The Fighters – Addestramento di vita, per il quale ha vinto il César, il suo secondo. Ausculta un paziente di mezza età. Asma. Ma anche bronchite. Non è enfisema, altrimenti si sentirebbe anche un fischio. Una piccolissima scena, la misura esatta della cura, della dedizione con cui svolge il suo lavoro. L’orario di visite è finito. Un colpo di campanello. Lei non risponde, fuori orario non è tenuta. E fosse stato davvero urgente, avrebbe insistito.

Invece, proprio questa piccola trascuratezza porterà una serie infinita di conseguenze. A suonare era la fille inconnue del titolo. Come in un romanzo di Georges Simenon – belga come i Dardenne – si tratterà di scoprire l’identità, la storia di una persona senza identità. E come in un romanzo di Simenon, si procede per piccoli clic di un ingranaggio lento, non per folate di vento.

In Simenon lo sconosciuto si rivela un “toubib”, un medico. Qui, il medico indaga sulla persona sconosciuta. E lo fa non per obbligo, ma perché è giusto, perché è morale. Si devono fare, certe cose, perché è giusto. Una cosa che quasi tutti abbiamo dimenticato, anche se non siamo cattive persone.

Non sono cattive persone neanche quelli che Adèle Haenel ha intorno; ma sono persone che cercano di salvare prima di tutto se stesse, che cercano di mettere la testa dentro il guscio. Come sempre, nel loro cinema: in Due giorni, una notte sono gli operai, colleghi di Marion Cotillard, che fanno fatica a rinunciare ad un bonus, anche se questo costa il posto alla loro collega; nel Ragazzo con la bicicletta è il padre di un ragazzino, che copre la colpa del figlio. In La fille inconnue sono tutti quelli che non parlano, ciascuno per motivi personali.

Crimini non tracciabili. Di viltà, di egoismo, di omissioni. Non tracciabili, se non dal cinema. Di contro, l’ostinazione quieta della dottoressa può rimettere a posto qualche pezzettino di mondo. Quel mondo fatto di invisibili, che i Dardenne raccontano intorno alla protagonista e alla storia di un’indagine che è poco più di un pretesto. Quello che conta è l’umanità di cui vediamo lembi, frammenti, corpi abbandonati, vite in caduta. Quello col diabete, il piede gonfio, cui hanno staccato il gas, e non può andare alla compagnia del gas perché non cammina, o il ragazzo che non va in ospedale perché non ha documenti, le mille trappole di ferro rugginoso in cui finisce impigliata la vita di chi ha poco.

Stilisticamente, i Dardenne procedono per sottrazione. Niente musiche, niente movimenti di macchina fatti per farsi notare, nessun virtuosismo. Niente enfasi nella recitazione. Ma ci sono momenti di pura bellezza. Il modo in cui Adèle Haenel prende un Nescafè nella casa di un paziente. O l’incontro con il medico di base che l’ha preceduta: e che, come molti medici, malato a sua volta, continua a lavorare con impegno, con dignità.

Visita la nostra sezione dedicata al festival di Cannes per restare sempre aggiornato

© RIPRODUZIONE RISERVATA