Marco Bellocchio. Il suo cinema rigido, persino nella fotografia: superfici nette, nitidezza, mai un flou. Un cinema sempre sull’attenti, e nel quale gli attori “dicono”, più che vivere. In genere non lo amo particolarmente, per quell’aria di “saggio filmato” che mi sembra portarsi addosso, nella brutalità e nell’evidenza persino delle sue linee geometriche.

Però stavolta no. Fai bei sogni, il film presentato in concorso alla Quinzaine des Réalisateurs, mi ha emozionato. Non sempre. E non che qui tutto sembri fluido, casuale, libero e imprevedibile come la vita. Anche qui tutto è rigido, poco realistico, brechtiano. Una madre che balla il Twist col figlio, all’inizio del film, sembra più che altro il concetto di una madre che balla il Twist col figlio. È tutto evidente, tutto “messo in scena”.

Ma, alla fine, l’emozione arriva. E la capisci, la solitudine immensa di un bambino: nel quale rivedi Massimo Gramellini, l’autore del libro da cui il film è tratto – un milione e mezzo di copie vendute – sia lo stesso Bellocchio. Anzi, ci vedi soprattutto Bellocchio. Un bambino cresciuto nel dopoguerra, prima del ’68. Prima che i ragazzi potessero sciogliersi il nodo della cravatta, alzarsi da tavola, mettersi i jeans. Prima di quella rivoluzione che proprio lui aveva iniziato ad annunciare, e a realizzare, col suo primo film.

E Fai bei sogni ha dei punti in comune con I pugni in tasca, l’esordio folgorante di Bellocchio, mezzo secolo fa. La famiglia, una madre che muore, il padre, la rabbia, la casa. Qui la madre, però, è amata. Il bambino protagonista ha solo lei come punto di riferimento, come mondo, come casa. Una madre amorosa, ma a volte irrimediabilmente distante. A volte guardano insieme Belfagor in televisione, e si spaventano insieme, si stringono. A volte, la madre guarda l’acqua che scorre sotto un ponte con occhi che non promettono niente di buono.

E un giorno succede qualcosa. Il bambino non potrà più vedere sua madre. Gli dicono che è in ospedale: poi la portano via, in una cassa di legno. Un prete gli dice che adesso “è diventata il suo angelo custode”. La rabbia di un bimbo. L’assurdità di un padre severo che non capisce, che comanda soltanto.

Il disegno di un vuoto di affetti immenso è quello che viene fuori con più forza, con più evidenza nel film. E che mi commuove. E poi un amico del cuore ricco, che gioca in modo strano, troppo fisico, con la madre –  Emmanuelle Devos in un breve ruolo. Ecco, però quello potrebbe essere l’amore materno. Ma non è per lui.

E le partite del Torino, lo stadio Comunale di fronte a casa. L’unico momento in cui il bimbo trova qualche scheggia di armonia col padre. Lo vediamo, come abbiamo fatto tutti, inventarsi una telecronaca, un gol del Torino, non del Grande Torino di Superga, ma di quello ugualmente grande degli anni ’70: “interdizione di Agroppi, passaggio di Ferrini, scatto di Claudio Sala, in mezzo all’aria spunta il difensore Puja e goooooool!”.

Questo, ovviamente, è il background di Gramellini, torinese e torinista, non di Bellocchio, che viene da un’altra era, che non ama il calcio, ma riesce a trovare delle consonanze, delle sintonie con quel mondo.

Il film è episodico, stenta a trovare un respiro unitario, vive di scene singole. Vediamo il bambino diventato adulto, con la faccia disincantata, disillusa, amara di Valerio Mastandrea. Sono accessorie, poco coese col resto, le scene in cui Mastandrea va in Bosnia, insieme a un fotoreporter cinico che sposta un bambino che ha appena visto la madre morire, e lo mette vicino a lei nell’inquadratura.

Ma fra lo stile raggelato di Bellocchio e l’umanità dolente dello sguardo di Mastandrea si crea un corto circuito, quasi una compensazione, che fanno la bellezza del film. E quando sullo schermo appare anche Berenice Bejo, allora sì. Ogni volta che l’attrice è sullo schermo, il film si illumina.

Visita la nostra sezione dedicata a Cannes 2016 per restare sempre aggiornato sulla manifestazione

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA